Forsaken
by L.a.g.o.



 


Non l'ho deciso io.
E' semplicemente cambiato, non capite? Si è evoluto per suo proprio conto, ha deciso di testa sua. Come una creatura dotata di propria volontà, ha semplicemente scelto di cambiare. O forse non è esattamente così che è andata. Forse ha dovuto piegare la testa agli sciami di umanità, forse è stata costretta a piegare la testa. Forse è stata spezzata, abbandonata a dondolare in un'eternità senza vento, il più solitario dei cipressi. O dei ciliegi, perchè no. Un ciliegio abbandonato dopo che la neve ne ha spezzato il tronco.
Qualcuno dovrà tagliarlo, prima o poi.
Non sarò certamente io, con i miei colori ad olio, a ripristinarne l'antico splendore. Posso sognarne, posso rimpiangerlo, posso bruciare fiori e spezzare candele in nome suo. Non servirà a riportarlo indietro.
Posso sedere a gambe incrociate nel gelo di una cascina, aspettando il mio turno per soffocare un po' di neuroni nel fumo del chilom, mentre inneggio alla sua memoria ed invento nuovi miti per esplicarne le verità. Ma non sarò io a riportarlo indietro.
Il concetto di Bellezza è dissolto. L'antico termine, l'antico orgoglio, tutto perduto. E' la definitiva scacciata di Apollo, lui, che altro non ha mai predicato. Altro non ha mostrato. L'hanno scacciato, senza osservare lo splendore e l'immortale dignità che schiacciavano sotto borsette della puma e fette di prosciutto su tela da spacciare per quadri.
 


In quei giorni,
Egli si avvide che il suo regno stava volgendo ad un tramonto.
Avrebbe potuto allontanarsi, di nascosto come il più vile dei ladri, ignorando gli insulti e le bestemmie che l'avrebbero inseguito - sì, inseguito, setacciando le brughiere, ricercando le Sue orecchie onde scavarvisi una fossa, invadendole nella più turpe delle afflizioni.
Ma Egli scelse di restare.
Si aggirava così per il monte degli dei, osservandone i marmi crollare in pezzi, le splendide sculture mostrare ogni giorno nuove crepe, nascoste agli occhi mortali. E, dagli occhi immortali, ignorate.
Camminava, Apollo, su tappeti di crespe edere verdi, scure e crocchianti, disseminate e intrecciate ed avvolte le une sulle altre, le altre su tutto quanto potessero raggiungere. Ormai da tempo avevano dissolto ogni traccia degli arazzi e preziosi tessuti che rivestivano pareti, ed i pregiati marmi dei pavimenti giacevano sonnolenti al di sotto della quieta coltre. E nulla rallentava la loro crescita, s'avvolgevano alle statue frantumate, s'inerpicavano con la grazia di un assassino lungo colonne raffinate. La dimora degli dei pareva ormai l'abbandonato tempio di un folle druido moribondo, impregnato di desolazione ed agrodolce decadenza.
Ed Egli per le stanze vuote non si stancava di camminare. Faceva proprio il dolore dello scempio, marchiando con pazienza a fuoco i propri occhi - le proprie memorie. Percepiva l'avvicinarsi di un addio che non si sarebbe potuto cancellare; percepiva l'imminenza della scomparsa di ciò che non si sarebbe più potuto ricreare.
Nonostante il dolore, doveva ricordare. Era l'unico, egli sapeva, che ne avesse entrambi la possibilità ed il desiderio; non avrebbe abbandonato il Tempo degli antichi a morire solo, come un rognoso abbandonato.
Accarezzava a volte l'idea, camminando in stanze talmente silenziose e solitarie da non rendergli neppure un'eco, di cedere alla morte insieme a lui. A che scopo, infatti, sopravvivere il più saggio dei maestri - il più veritiero dei Tempi - se nessuno rimaneva a cui tramandare le sue grandi verità? A che scopo, logorarsi a fare proprio il tormento di un'Epoca morente, se nessuno rimaneva a cui narrarlo, a che scopo erigere un tempio da custodire solo, murato nel profondo del suo essere?
Ma non poteva, Apollo, accettare di morire. Egli era l'ultimo simbolo di una Bellezza ormai dimenticata. Non poteva commettere eresia, egli stesso privare il mondo di quell'ultima sua luce. Non avrebbe mai potuto tradire l'ossatura stessa di quel Tempo morente.
Apollo stava ancora camminando, quando la casa dei tempi antichi crollò.
I frantumi precipitarono verso le bassezze terrene, in lenti archi, costoloni d'eternità spezzate. Si dissolse, la terra s'aprì alla sommità del monte, ingoiando quanti più frammenti riuscì a catturare. A malavoglia, lasciò precipitare brandelli di statue sventrate, ora una mano ritorta, ora un polpaccio scolpito, ora un viso, ora labbra imbronciate.
Apollo non chiuse gli occhi, quando le vide cadere. Rimase immobile, attese. Stava assistendo alla fine di un mondo.
Raccolse una manciata di piccoli frammenti. Falangi, orecchie strappate, un frutto, schegge di un marmo purissimo - li lanciò nel vuoto. Non versò lacrime. Li osservò fluttuare verso il basso, annuendo fra sè.
Furono questi frammenti, strappati alle stanze divine, che divennero semi nel grembo di ignare donne - divennero Arte, l'ultima progenie di Apollo, l'ultima resistenza possibile - e nascosero parte della perduta Bellezza nel regno dell'Uomo.
Apollo precipitò nelle tenebre.
Dimenticato, fu ingoiato dal buio. Simile ad una lucciola braccata, Egli s'aggrappò all'aria intorno a lui, a quel cielo pietoso che si tendeva al suo fianco. Ma l'Oblio era troppo potente; nel cielo si aprì un lungo squarcio, ed Apollo svanì nelle profondità della terra, stringendo fra le dita un brandello di antico, impotente firmamento.
Nessuno era rimasto a piangerne la scomparsa.
La memoria di fratello Mondo era per natura di corta durata. Apollo venne scordato. Divinità, sacerdoti degli antichi templi - nessuno ne difese il ricordo. Gli dèi erano dissolti, scomparsi, si erano rinchiusi in torri d'eternità, nei cuori delle montagne, nelle segrete cripte che la Terra aveva concesso loro. Molti avevano ceduto al sonno - incapaci di affrontare ciò che non potevano conoscere, stanchi, o troppo impazienti. Gli Immortali chiusero le palpebre, rifiutarono i richiami dei pochi uomini rimasti a venerarli. Dal cuore della Terra, essi cessarono di rispondere a suppliche e preghiere. Dormirono.
Nessuno di loro vide franare quello che era stato il loro regno. Nessuno intinse il proprio sangue nel veleno, pur di ricordarne la scomparsa. Non si voltarono mai.

Apollo sedeva in un cantuccio dell'Ade, sveglio.

Barlumi di luce rischiaravano quella che non era propriamente una prigione, pur senza avere un'altra definizione. Un vuoto in quello che poteva essere un intero universo di roccia compatta - una bolla, un reame in miniatura. Tutto ciò che conosceva, ormai.
Erba di un oscuro verde non cambiava mai, senza appassire nè allungarsi, sotto alle sue cosce incrociate. Alberi, cespugli, circondavano una stretta radura oblunga, sovrastati da un'incombente volta rocciosa. Statue, poi, statue sparse in quella radura, disseminate nel piccolo bosco che la contornava. Splendide statue, fanciulli dai gravi volti adombrati, in bianco marmo risplendente di purezza. Un ultimo omaggio di chi aveva creduto in Lui. Bellezza, racchiusa in un soffocante antro, condannata ad una perpetua segregazione.
Apollo, con mani leggere, distese il brandello di Cielo che recava con sè. Lo depose al suolo.
Quello attecchì, si adagiò con la grazia di un efebo dei Tempi antichi. Giacque sull'erba fredda con sorniona bellezza.
Apollo sorrise, osservando il piccolo lago che si apriva ora ai suoi piedi.
Apollo sedette, e si protese a guardare.
Vide gli Umani.
Vide ciò che stavano facendo - ciò che stavano perdendo. Per intere epoche Apollo scrutò la sua polla di cielo, instancabile, cercando un tassello diverso nel mosaico di distruzione. Cercando i frammenti di marmo che aveva gettato dall'Olimpo in rovina, secoli addietro...

To Be Continued...