pedina del destino





Era il suo compleanno.
Il sole intiepidiva l’aria del bosco, ma il giovane Hobbit sembrava non badarvi. I suoi occhi erano fissi al suolo, e non si perdevano fra i rami verdeggianti degli alberi, non cercavano le succose bacche degli arbusti, completamente indifferenti alla selvaggia bellezza di quel luogo.
La creatura continuava a borbottare come un capriccioso tuono che rumoreggia in lontananza.
“Il gioiello,” sibilava, scrutando il terreno in ogni angolo, toccando ogni roccia. “Il gioiello, il gioiello. La strega non può averlo nascosto così bene.”
Sollevò una pietra dal suolo, calpestando con un ghigno gli insetti che fuggivano in ogni direzione. “Dove sei, mio gioiello?”
Quasi senza che se n’accorgesse, gli alberi e gli arbusti si diradarono, ed infine si allargarono in un ampio cerchio, lasciando spazio ad un’immacolata radura erbosa.
Un solitario ceppo posto esattamente oltre il confine dello spiazzo attrasse l’attenzione dell’Hobbit. Con gesti stizziti spazzò via rametti e uova del nido che vi si trovava e, subito dopo, un riso sguaiato eruppe dalle sue labbra.
L’estremità mozzata del tronco era coperta da un fitto intarsio di pietre preziose, che rappresentava una scintillante ed altera aquila dallo sguardo di nera onice. Nel becco ambrato stringeva una sfera iridescente.
Le dita dell’Hobbit raschiarono freneticamente la lucida superficie, cercando di grattare via le belle gemme. Infantili stridii di rabbia percorsero l’aria mentre gli sforzi si dimostravano inutili.
Frustrato ed infuriato, l’Hobbit sbatté con violenza il piccolo pugno proprio sul becco dell’elegante uccello. Le nere onici s’accesero d’improvviso come di rabbia, ed il giovane ritirò con uno scatto impaurito la mano, zittendosi immediatamente. Sotto i suoi occhi terrorizzati, il suolo della radura iniziò a tremare, piano dapprima, poi sempre più forte, scuotendo con violenza tronchi e cespugli che la circondavano. Un rombo sordo salì dal cuore della terra vibrante come un ruggito da una profonda e sovrannaturale gola, mentre profonde spaccature si aprivano nel suolo vibrante. L’Hobbit cadde a terra. Fece per rialzarsi e fuggire ma, forse per la paura, o forse per la violenza dell’improvviso terremoto, si ritrovò incapace di muovere le gambe. Qualcosa iniziò ad emergere dalle fratture del terreno, rovesciando le zolle che incontrava sulla sua via. La piccola creatura scrollò violentemente la testa e serrò gli occhi, piagnucolando, stringendosi forte ad un albero vicino.
Dopo un certo tempo – non avrebbe saputo dire esattamente quanto – si rese conto che nulla si udiva più al di fuori dei suoi stessi lamenti. Tentò di socchiudere le palpebre serrate, senza riuscirvi. Inspirò profondamente e, dopo pochi ulteriori istanti, aprì gli occhi.
Il respiro gli rimase incastrato in gola.
Dalla terra era emersa una cupola fatta di blocchi di pietra grigia. Era alta circa tre volte lui, sporca di terra, ma s’intuiva che doveva essere molto, molto vecchia…
Proprio di fronte a lui si trovava l’ingresso, un semplice vuoto nel susseguirsi dei blocchi, sormontato da una scritta in oro. I delicati e slanciati caratteri, che lui non poteva comprendere, attrassero la sua attenzione non più a lungo di quanto un bruco possa sfuggire all’affamato passero, e presto lo sguardo dell’Hobbit si fermò sul brillio che s’intravedeva nel buio del silenzioso antro.
Cupidigia lampeggiò nei suoi occhi, ed una parola emerse nei suoi pensieri, rapida ed opportunista.
“Il gioiello!”
Il gongolante sussurro stridette alle orecchie degli alberi circondanti ma, com’era loro costume all’epoca e com’è tuttora, nessuno di loro protestò.
L’Hobbit stava nel contempo valutando cosa fare. Il desiderio di entrare era forte, ma forte era anche la paura che il tholos potesse venire nuovamente fagocitato nelle ombre della terra non appena lui vi avesse posto piede.
Si avvicinò e sbirciò all’interno. Non vide nulla al di fuori del confortante alone luminoso.
L’avidità ebbe infine la meglio su ogni cautela. Con passo incerto varcò la soglia.
I suoi occhi si spalancarono. In un canto della stanza si trovava uno splendido e maestoso albero, le cui fronde e viticci si allargavano come un arazzo lungo l’intera superficie della cupola. Al centro esatto del pavimento di terra battuta il suo tronco robusto si ergeva, raggrinzito ed autorevole come la mano di uno stregone. La ruvida corteccia si scindeva in decine di rami, ritorti su loro stessi a formare un piccolo altare circolare.
Una soffusa luce dorata s’irradiava fra le verdi foglioline ed i muschi che erano cresciuti nella conca di bruni giunchi intrecciati posta in cima a quel naturale piedistallo. Il giovane Hobbit si abbassò per guardare con più attenzione, scostando con dita tremanti la vegetazione che nascondeva alla sua vista la fonte della luce.
La cupidigia illuminò il suo sguardo mentre compariva una meravigliosa collana adagiata disordinatamente fra il fogliame, simile ad una lucente fanciulla assopita. La delicata catena d’oro scintillava, incurvandosi in morbide onde come una bionda chioma, lievemente scomposta dopo il sonno. A questa era fissata, con una finissima lavorazione, una sfera opalescente in tutto e per tutto simile a quella stretta dall’aquila che aveva visto poc’anzi.
I suoi occhi vennero rapiti dalla sfera, che sembrò diventare più scura, quasi assorbendo le nere emozioni che pervadevano l’Hobbit. Cupidigia, avarizia, egoismo, malignità sembrarono incupirsi all’interno del lucente globo, oscurandone la luce, implodendo e intrecciandosi in buie vampate di viola profondo e nero ingrigito, fra cui si allungavano serpenti vermigli come il sangue…
Poi…
L’inferno sembrò dissolversi in un turbine di blu, che assolse ogni peccato spazzando via la crudeltà, e stelle apparirono allora, stagliandosi contro un profondo cielo notturno, che iniziò a scorrere sempre più velocemente, scagliandosi avanti, o forse precipitando indietro in un abisso di ignote conoscenze e mete…e l’Hobbit vide… vide nere aberrazioni scontrarsi e cadere contro guerrieri d’oro vestiti, vide un sorriso voltarsi indietro ed abbandonare il fuoco della salvazione… Vide una grigia mano serrarsi intorno ad un cerchio di luce e potere, sepolta nelle impenetrabili oscurità della più profonda montagna… Occhi di vitrea malvagità incontrarono i suoi, la crudeltà annullata per un attimo da scherno e forse, per un istante, da un’implorazione… E la forza di quell’implorazione esplose nel cuore dell’Hobbit, come se qualcuno stesse urlando la sua disperazione, pregando ed urlando, implorando la salvezza della sua anima… Il cerchio di luce scintillò di nuovo, tintinnando su un roccioso terreno, e- L’Hobbit cadde, tradito dalle gambe malferme. Si rialzò freneticamente, incespicandosi nei suoi stessi piedi, intrappolandosi nei suoi stessi abiti, la mente ancora intrappolata nell’angoscia che l’aveva pervaso fino a pochi istanti prima.
Scosse la testa e, senza più guardarla, afferrò la sfera, ben deciso a fuggire subito con il gioiello. Come la sua mano si strinse sulla lucente catena, però, la sfera emise un bagliore rabbioso, e l’intero gioiello parve animarsi, non più simile ad una gentile fanciulla bensì ad un feroce dragone dorato bruscamente risvegliato dal suo sonno. Le fronde dell’albero si allungarono minacciose, serpeggiando nell’aria come demoniaci tentacoli, stringendosi sempre di più intorno all’Hobbit che, mugolando dalla paura, si ritrovò ben presto con le smilze spalle premute contro il freddo muro, l’uscita preclusa dall’infernale fogliame che si avvicinava sempre di più, e il giovane scivolò, crollò a terra, e si raggomitolò il più strettamente possibile, gli occhi serrati, e strinse convulsamente la collana, aspettandosi da un momento all’altro i letali rami che l’avrebbero stritolato a morte…
Dopo pochi, disperati istanti, si rese conto che vi era di nuovo spazio aperto intorno a lui, che i rami non l’avevano avvolto nelle loro spire e che, anzi, si dovevano essere ritirati…
Per l’ennesima volta, si ritrovò a riaprire lentamente gli occhi, lottando contro la stretta che avvertiva allo stomaco…
Un biancore abbacinante scintillò davanti a lui, talmente intenso che dovette coprirsi il viso con una mano. Dopo pochi istanti azzardò di scostarla lievemente.
Dal biancore emerse lentamente una figura candida ed immacolata, avvolta in un fluttuante abito che sembrava intessuto con le più pure gocce della rugiada del mattino. Lunghi e serici capelli scuri scendevano, disposti come in soffici onde, fino alla vita sottile. Il viso, nel fiore della giovinezza, era liscio e di una rara bellezza. Tra i morbidi capelli facevano quasi scherzosamente capolino due delicate orecchie a punta.
Un elfo.
La bianca Signora fissò l’Hobbit per qualche momento, mentre mille terrificanti pensieri attraversavano la mente della creatura, per nulla colpito dalla manifestazione di cotanta bellezza.
La strega. Lo avrebbe fatto stritolare a morte dai rami crudeli. La strega lo aveva trovato. Ma lui sarebbe riuscito a fuggire, sì. Fuggire. Con il gioiello. Sì, fuggire con il gioiello. Avrebbe…
“Ridammelo indietro.”
La voce della splendida dama era simile ad un cristallino ruscello intrecciato con il canto dei più fantastici uccelli. Come miele che s’insinua nella tempesta dell’oceano, così quel dolce suono scivolò nella paura dell’Hobbit, sedandola un poco…
Il giovane fissò la Signora con una spavalderia che non gli apparteneva, nascondendo le mani tremanti dietro la schiena.
“Che cosa?” Il tremito nella sua voce era perfettamente udibile alle fini orecchie dell’elfo. Tuttavia, non una parola a riguardo fu pronunciata.
“Ridammi indietro ciò che mi hai preso.”
L’Hobbit rabbrividì mentre gli occhi della Signora sembravano trapassare i suoi, leggendo i suoi pensieri come un libro.
“Io non ti ho preso nulla, strega.”
La dama lo fissò con occhi scintillanti, mentre un piccolo sorriso si stiracchiava agli angoli delle sue labbra. Crudele ma non sciocco, il giovane lesse sul fine viso elfico che la Signora sapeva. Deglutì a fatica, reprimendo l’istinto di gettarsi in ginocchio e baciarle la candida mano, implorando per la sua vita…
“No?”
Una sola, gentile parola, mentre un sorriso compassionevole veniva per un istante adombrato da un velo di beffarda condiscendenza. Gli occhi fissi sull’Hobbit sembravano portare alla luce la sua coscienza come fiaccole gettate in un pozzo.
La Signora portò una mano al viso e sollevò l’indice slanciato, mentre per un momento i begli occhi scivolavano chiusi.
E l’Hobbit era di nuovo schiacciato contro la dura roccia, l’aria gli veniva sottratta dalle oscure fronde che si stringevano intorno a lui, non riusciva a respirare, e la collana bruciava nella sua mano, la sua mano andava a fuoco, le fiamme serpeggiavano su per le maniche della blusa, si avviluppavano intorno ai calzoni, e lui bruciava, soffocava...
Gettò la collana a terra con un grido.
“Reso! Reso! Eccoti reso ciò che ti fu sottratto!”
Mentre l’Hobbit recuperava ansimante il respiro, la collana si sollevò da terra con la grazia di mille pegaso in volo, e rimase sospesa innanzi il viso della bella Signora, scintillando come un giovane sole senziente, custode di antichi misteri.
La luce negli occhi dell’elfo si spense, sostituita da abissi di oscura profondità, mentre immagini di un remoto futuro si riflettevano nelle sue onniscienti iridi…
La luce tornò ad affievolirsi.
“Desidero dirti qualcosa, maldestro ladro.”
L’eterea creatura racchiuse fra le mani il gioiello, quindi fissò i suoi occhi senza fine sul piccolo essere che ancora la guardava con malcelati astio e terrore. “La tua avidità sarà la tua rovina, giovane Hobbit. So che nulla di ciò che potrei dirti cambierebbe il tuo destino.” Inclinò la testa da un lato, mentre i suoi occhi si facevano se possibile ancora più scuri, colmandosi di tristezza. “Sarà la tua rovina… Ma, allo stesso tempo, sarà la salvezza per l’intera Terra di Mezzo. Tutto il mio cuore vorrebbe poter fare qualcosa per alleviare il carico che grava sulle tue deboli spalle. Ma quello che abbisogna di te è un disegno molto grande, più grande perfino di me. E, tragicamente, richiederà la tua vita…”
L’Hobbit a malapena prestava attenzione alle parole dell’elfo. Freneticamente, continuava a guardare l’uscita, quindi il pavimento che lo circondava, quindi di nuovo l’uscita, alla disperata ricerca di un modo per fuggire.
La bruna dama sospirò, scotendo leggermente il grazioso capo. Con passi talmente leggeri da non poter essere percepiti neppure dagli acuti sensi dell’Hobbit, uscì da sotto la grigia volta e si fermò sotto i raggi del sole, sembrando quasi assorbirli, e scintillare con essi. Tese una mano gentile in un placido invito, continuando a serrare l’altra contro il proprio grembo.
“Esci pure, mio sfortunato amico. È tempo che tu vada, e che la Storia si compia. Ti ho già trattenuto abbastanza a lungo.”
Se era intristita dalle sue stesse parole, lo nascose dietro un soffice sorriso.
Senza neanche darle un ultimo sguardo, l’Hobbit quasi ruzzolò fuori dalla costruzione, e si allontanò correndo.
La radiosa Signora ripose con delicatezza la collana al suo posto. In un battito di ciglia fu di nuovo a fianco del ceppo, lo sfiorò, il tholos venne inghiottito dalla terra. L’erba si richiuse silenziosamente in un verde ed immacolato prato.
Un mormorio, simile al calmo gorgogliare delle acque, dolce e melodioso. Il ceppo svanì.
Un imperscrutabile ultimo sguardo. Il ruscello tornò a frusciare in brevi ulteriori parole, ed in un istante la radura fu vuota.
Soltanto allora il vento soffiò, portando via i nostalgici echi del ruscello, che si persero fra luce ed ombra, ai confini fra due mondi destinati a separarsi per sempre, ed il bosco venne dolcemente immerso nella malinconia portata dall’inevitabile lentezza del Tempo.
L’Hobbit, per nulla partecipe allo struggimento che aveva spinto al silenzio ogni mortale od immortale creatura, continuò la sua corsa, borbottando ed imprecando, fino a raggiungere il suo amico…

E poi, una discesa in barca fino a Campo Gaggiolo, e un pesce irrequieto, una creatura che si tuffa in acqua e riemerge stringendo qualcosa di scintillante…
Due occhi che si stringono…
“Dammi quel che hai in mano, Déagol, amore caro…”

E, in un soffio di vento, Sméagol dimenticò le parole di una bruna, triste dama…