Avevo sempre immaginato che nella campagna inglese dovesse regnare un confortante silenzio.
Uno di quei silenzi che consentono di abbandonare i proprio pensieri, disperdendosi per i prati circostanti in un completo, ignaro abbandono. Quel tipo di silenzio che ti induce ad abbassare lo sguardo, cercando di scorgere uno gnomo fra le radici di un albero, od una fata nella corolla di un fiore…
A questo pensavo, mentre accostavo l’uscio della mia stanza; persa in una delle mie infinite riflessioni, andavo meditando su quanto potere potessero possedere le illusioni degli uomini.
A Cirencester, tuttavia, non avevo trovato quel silenzio. Il college era costantemente vibrante di suoni, di energia, di musica; ben lontano da ciò che mi ero figurata mentre sedevo nei prati straripanti di verde vitalità della mia casa, in Italia. E, le rare volte che mi scoprivo immersa in uno di quei plumbei, irreali silenzi che avevo così spesso sognato, mi domandavo se non fossi stata per caso io, se non fosse stata la mia volontà a crearlo.
E su questo riflettevo; forse, con il semplice atto di cercarlo, io rendevo possibile ad esso di esistere, di generarsi intorno a me; forse, immaginazione ed illusione avevano potere sulla realtà, un potere che mi appariva improbabile, seppure alle volte stranamente reale.
Inseguendo le diramazioni dei miei pensieri, bussai alla porta dei ragazzi. Poi delle ragazze.
Niente, non c’era nessuno. Eppure, ero ben certa d’averli appena sentiti ridere e scherzare.
Noncurante, scesi le scale ed uscii.
M’incamminai lungo lo passaggio stretto passaggio dal soffitto arcuato, accompagnata dal frusciare dei miei abiti e lo scricchiolare delle mie suole di gomma. Svoltai al primo angolo, sbucando nella piazza. Nessuno.
Quasi sollevata, mi diressi con calma verso la stanza di Margherita, ravviandomi i capelli con gesto studiato. Questo amavo, in quel luogo, di buona parte delle persone che lo popolavano; la loro capacità di sorprendermi, di rendermi semplicemente felice, nei modi più inaspettati. In questo caso, non presentandosi nei miei paraggi; e per me, che mal sopportavo la loro chiassosa compagnia, questo era un dono di valore inestimabile, per il quale li avrei un giorno caldamente ringraziati.
Oltrepassai un’angusta galleria e bussai alla finestra. Silenzio.
Mi accostai al vetro, facendovi ombra con le mani, chiamando. “Marghe?”
Scrutai la stanza. Vuota.
Mi voltai e tornai indietro, allora, sotto ai portici. E solo in quel momento mi resi pienamente conto del completo, assoluto silenzio che mi avvolgeva.
Niente passi in corsa, niente vociare confuso, niente grida, niente risate in lontananza.
GNEEK. GNEEK.
Solo, a malapena, lo scricchiolare delle mie scarpe, ed il pesante frusciare dei miei jeans.
GNEEK. GNEEK.
Avanzai, in allerta, ora. I sensi tesi, il passo perplesso e prudente. E, man mano che avanzavo, verso il piazzale e la mensa, il silenzio si sfogliò con calma davanti a me.
Lentamente, petalo dopo petalo, mi addentravo nel cuore del silenzio, simile ad una pesante cortina, un bocciolo di velluto color prugna.
Intimorita, trassi di tasca le chiavi. Non più rassicurata dal fruscio e dallo scricchiolio, che sembravano scemare nell’aria profonda, iniziai a scuoterle ritmicamente, traendo un vago conforto dal loro vivo tintinnare.
TLING. TLING.
E avanzai, non riuscendo già più a percepire il rumore dei miei passi, aggrappandomi saldamente a quel piccolo suono, sicuro, che scaturiva dalla mia mano.
TLING. TLING.
E, d’improvviso, mi resi conto che il tintinnio andava facendosi ovattato, flebile, sgretolandosi, frammento dopo frammento, mentre procedevo. Ed ecco che già aveva perduta la sua vitalità, tramutandosi in una sorta di fioco sospiro argenteo.
Il debole respiro di un mazzo di chiavi.
La paura mi artigliò. Scossi la mano con più forza, ma il suono, indifferente, non crebbe.
TÌN. TÌN.
La agitai ancora, con rabbia, senza esito alcuno. Come se, invece, la fossi andata lentamente fermando. Come se, una volta entrata nel reame, tutto avesse dovuto tacere.
Come se, addentrandomi fra le pulsanti cortine che ne schermavano il cuore, dal silenzio io fossi costretta a rinunciare ad ogni mio bagaglio. Come se ogni suono ne dovesse essere esiliato. Come se mi fosse proibito portarne con me.
Scossi la mano. Gettai a terra le chiavi.
Silenzio.
Raggiunsi la porta della mensa. Niente, mentre l’aprivo, mentre inavvertitamente urtavo una sedia.
Mi parve di cogliere un movimento, al di là di una finestra. Vi portai gli occhi di scatto.
Non vidi nulla.
E d’improvviso un lampo mi trafisse. Forse ero io, io ch’ero diventata sorda per qualche strana ragione. Forse che le cortine di prugna fossero calate sui miei timpani, precludendomi al mondo dei rumori?
I vassoi giacevano sui tavoli, sul banco del self-service, i piatti mezzi svuotati.
Abbandonati, non sapevo per quale motivo.
Ne afferrai uno. Lo lasciai cadere.
Le tazze esplosero in pezzi, il piatto si disintegrò in frammenti. In completo, invalicabile silenzio.
Forse che fosse suonato l’allarme antincendio? E che io, trovandomi vicina alla sirena, ne fossi stata assordata al primo istante?
Solo un momento, poi realizzai che, nella graduale scomparsa del mio udito, non avevo percepito nessuna sirena, né grida o richiami o suoni di fuga. La sordità da sola era giunta, da sola mi aveva avvolto, senza alcuna causa reale, tangibile.
Insieme con la solitudine improvvisa.
Abbandonai la mensa, addentrandomi nell’interno del palazzo. Vagai per i corridoi. Aprii le porte dei locali riservati allo staff, cercando di intravedere i familiari lampi azzurri delle loro magliette.
Niente.
Non osavo chiamarli, per timore di non udire neppure la mia voce.
Avanzai.
Svoltai nell’ala privata della casa. Non so perché vi andai; forse che i mobili antichi ed i minuti ghirigori sui muri mitigassero il vuoto che percepivo, soffocante, al di fuori del palazzo?
Non sapevo. Semplicemente, vi andai. E poi lo udii:
TÌN.
Drizzai la testa, gli occhi spalancati, sbarrati. Mi posi in ascolto.
Nulla. Mossi qualche passo, a tentoni, nel corridoio. E poi di nuovo:
TÌN.
Una singola, unica, pura goccia di suono. Una stilettata, un filo d’argento fin troppo brillante che fendette le pesanti nubi di velluto prugnaceo che mi avvolgevano.
TÌN.
Proseguii. Svoltai sulla destra, e camminai lungo un severo corridoio rifinito in legno pesante. Dovevo capire che cos’era a produrre quel suono – no, non produrre, era qualcosa di diverso… come se qualcosa lo lasciasse sgusciare via, abbandonandolo nell’aria, libero di espandersi, sovrano.
Dovevo capire da dove proveniva. E quello si ripeté, non si fece pregare; e si ripeté ancora, ed ancora.
TÌN.
TÌN.
Ed ancora, ad intervalli regolari, facendosi più saldo, la sua luce più sfolgorante man mano che mi avvicinavo alla sua fonte.
La mia mano scivolò su un battente di scuro legno intarsiato, lo strinse. Era lì. Era da lì che proveniva.
E se aprendo quella porta l’avessi fatto cessare? E se, per un qualche artificio, aprendo quella porta avessi consentito a quel minuto stillicidio di svanire, di evaporare nella vastità del silenzio ch’era giunto a regnare?
Esitai, cercando di comprendere se non stavo forse per commettere un errore fatale, che m’avrebbe portato a perdermi nuovamente fra quei pesanti petali d’un viola mortalmente silenzioso, quelli che mi attendevano al di fuori.
TÌN.
Ma, quando il suono si ripeté, mi parve più intenso, un richiamo; e non seppi oppormi più a lungo.
Senza un respiro, spinsi il battente.
Il clak che attendevo non venne. La porta scivolò aperta come in un sogno, privo di audio e di peso. E io vi scivolai attraverso, avvertendo invece l’intero mio peso gravarmi sulle ossa, opprimendomi, agganciato a me come ad un appendiabiti.
TÍN!
Il suono si era fatto vibrante, gioioso. Avanzai, mentre un incredulo stupore mi stringeva lentamente fra le sue braccia.
Al centro della stanza non v’era che un rotondo, ampio bacile di scuro legno, del colore del cioccolato fondente. Al di sopra di questo, si ergeva una corta, slanciata colonnina di legno, gentilmente ritorta su se stessa. E su questa…
Su questa, un singolo fiore violaceo viveva, piccolo e vellutato, con le sue lucenti foglioline d’un verde trillante.
Mentre l’osservavo, esso tremò, ed una solitaria goccia violetta scivolò lungo i suoi petali, cadendo… e fluttuò, mutata in un effimero sbuffo di fumo, calando dolcemente fino a svanire oltre l’orlo del bacile.
Il fiore piangeva, piccole lacrime d’un viola pesante. Lacrime dello stesso silenzio.
Il fiore piangeva silenzio.
Camminai vero il bacile. Vi guardai all’interno, ed i miei occhi si spalancarono, abbeverandosi alla vista…
Nubi di velluto violaceo colmavano il legno lucente, intrecciandosi, lente e pesanti nella loro evanescenza, sfregandosi l’una sull’altra in un calmo, infinito ondeggiare.
Acque di nubi.
Acque il cui sciacquio era inaudibile, impossibili acque prive di suono.
Acque di aria.
Silenzio, in forma di acqua e di aria.
Il fiore tremò di nuovo, ed una nuova goccia di fumo cadde a raggiungere il silenzioso intreccio di nubi.
Toccare il silenzio.
Fu questo il desiderio che pervase la mia mente. La mia mano calò con lentezza, come temendo di potersi anch’essa mutare in fumo.
Sfiorare le nubi, e ritrarla.
Un cerchio si aprì per incanto nei nembi, come un cielo che si spartisse per un imminente tornado, laddove avevo toccato. Un lieve riflesso fluttuò al di sotto. C’erano acque. Acque violette sotto le nubi di un silenzio visibile e palpabile.
Un movimento. Mi chinai.
Un volto, nelle profondità del silenzio.
Che fosse silenzio di cuore, o di anima? O della mia stessa memoria?
L’unica tangibile realtà, il volto che intravedevo.
Svanì. Mi abbassai.
Ed eccolo riapparire, confuso, come di manichino. Ma la mia mente, nella sua repentina, violenta reazione, ne catturò ugualmente le fattezze, o forse fu proprio ella stessa che gliele donò. Forse fu la mia volontà, aggredendo il reale, che mi mostrò ciò che vidi.
Mio padre.
Osservai, con fame disperata. E la bocca di quel viso, confuso e ch’eppure io vedevo così distintamente familiare, si mosse. Compose parole, che io non sentii, né riuscii a percepire altrimenti.
‘Non sento,’ dissi. Ma nulla si udì nell’aria, pesante ed immota, pregna di un nulla asfissiante.
Ed il volto si mosse ancora, si mosse, in una danza di quelle labbra che io ricordavo così vivamente, certa che fossero quelle, e non altre.
‘NON SENTO!’ gli gridai, in silenzio. ‘NON TI SENTO!’ chiamai, e silenzio lasciò la mia bocca, fluendo fra le mie corde vocali senza trarne alcun suono.
Rabbia.
Sofferenza.
Frustrazione furente, che mi spinse a colpire le acque violacee, colpire quel volto a me così caro, sostituendo le parole che non potevo pronunciare, le urla che non potevo gridare.
La mia mano infranse lo specchio del silenzio.
E strida, risate, clangori, con un boato esplosero nella stanza intorno a me, nelle orecchie che mi coprii, nella mia testa. Urla, migliaia di parole, un roboante caos di rumori, veloci, privi di senso e coerenza, accavallati gli uni sugli altri con fretta tremenda.
Dolore.
Gridai anche io, di un dolore selvaggio, mentre tutti i rumori che il silenzio aveva assorbito si riversavano senza pietà nel mio corpo, scuotendolo con la più terribile delle potenze… gridai, mentre sangue colava fra le dita che mi premevo sugli orecchi, gridai mentre il fiore violaceo appassiva, si raggrinziva, piangendo le sue ultime nubi di silenzio… ed il fumo condensò al suo posto, mentre i nembi contenuti nel bacile andavano svaporando, formando di nuovo i lineamenti indistinti che già avevo veduto, ed io lo seppi, era lui, lui che mosse le labbra componendo parole, inghiottite dal fragore che rombava intorno a me…
‘NON TI SENTO!’ gridai ancora, assordata in quel momento dall’assenza del silenzio che tanto avevo maledetto, ‘NON TI SENTO!’, urlai, osservando quelle parole incomprensibili…
Ed il frastuono crebbe, lancinante, costringendomi in ginocchio, ma senza il potere di indurmi a chiudere gli occhi. Avrei fissato quel viso che avevo tanto amato, contemplato quelle fattezze che ricordavo con tanta esattezza, per ogni secondo che mi fosse stato concesso…
Volto del silenzio.
Silenzio di cuore, anima e memoria.
Silenzio di colui che non poteva più parlarmi.
Silenzio delle migliaia di parole che non avevo potuto udire, che mi erano state precluse, cancellate dalla mappa del mio mondo, inghiottite dal violaceo silenzio di una tomba, di labbra ormai prive di calore, di un’auto che non aveva rallentato di fronte ad una vita.
Poi, inesplicabile come quand’era cominciato, finì.
Il frastuono andò calando, restituendomi per ultimi i suoni che proprio a me aveva rubato.
TLING.
TLING.
TLING.
Chiavi, restituite dal silenzio. Chiavi di un alloggio ormai in disuso.
TLING.
TLING.
TLING.
Fino all’ultimo.
E, mentre il bacile stesso cominciava a svanire, fumo violetto che si disperdeva nell’aria, svaporando senza un rumore, mi rese ogni cosa.
TLING.
TLING.
Tremanti mani dalle dita chiazzate di sangue che si protesero ad implorare quel volto di fumo, già anch’esso sbiadito dal sortilegio…
TLING.
TLING.
Quindi, mentre lui mi abbandonava di nuovo, cadde ancora il silenzio. Mentre lui tornava indietro.
Indietro, nel regno del silenzio forzato.
Indietro, nel regno delle parole non pronunciate.
Poi, nel silenzio, le mie chiavi aprirono forse un cancello dimenticato, segreto e nascosto, e mi resero una scintilla di quel futuro che mai avrei udito… e, fra le ultime volute di nubi violacee, la voce di mio padre finalmente si udì, mia, e mia soltanto…
‘Con te… fino alla fine del tempo.’