il pendente
questa l'ho scritta la notte del 25 dicembre di due anni fa, a casa di Rosa. Ignara di ciò che sarebbe successo sei mesi dopo.
ora lei è morta. e mio padre con lei. la tentazione di dedicargliela è forte, ma non avrebbe alcun significato. è abbastanza ricordare.








Era una strana giornata, quella che aveva appena oltrepassato il tramonto. Una giornata di dolore, di dubbi. Di paure. Di cambiamenti. Esattamente come le altre. Ma in qualche modo – in qualche strano, recondito, incomprensibile modo – era una giornata diversa.

Il cielo sembrava in qualche modo più azzurro, l'aria in qualche modo più dolce. I passi in qualche modo più leggeri. Ed Aragorn, alla testa di quanto restava della Compagnia dell'Anello, osava quasi permettersi di definirla una giornata migliore.

Si erano accampati, silenziosi ed efficienti, nel mezzo di un'ennesima, fitta foresta. Di fianco ad un oscuro laghetto, dalle acque calme, seppur leggermente inquietanti.
Legolas si offrì per il primo turno di guardia. Aragorn, sdraiatosi sul suo giaciglio, si strinse nel suo mantello, deciso a dormire. Ma aveva lucciole che vagavano per la sua testa, impedendogli di chiudere gli occhi.

La luna sembrava brillare più delle altre notti. Come non notare il modo in cui illuminava i bordi stracciati delle nuvole che la circondavano? Come non notare il pulviscolo luminoso che sembrava creare, disperso nella brezza?... Come non notare il modo in cui scintillava su lunghi capelli biondi, i suoi incantevoli riflessi che rischiaravano appena i calmi lineamenti dell'elfo..?

Aragorn si rigirò nel suo giaciglio, avvertendo una strana irrequietezza che lo pervadeva lentamente. Molto lentamente.
Osservò le mani dell'elfo che si muovevano, calme e sicure, girando e muovendo il coltello che reggevano. Aragorn aveva già notato questo altre notti. L'elfo era intento in qualcosa – probabilmente un lavoro di intaglio, aveva ragionato il ranger – , e questo qualcosa aveva il potere far sprigionare da Legolas una pace ed una serenità invidiabili. E che sarebbero state invidiabili anche da qualcuno con meno preoccupazioni e responsabilità del futuro re della Terra di Mezzo.

Man mano che lo contemplava, Aragorn sentì una strana, ossessiva curiosità montargli dentro. Che cos'era che l'elfo intagliava con tanta quiete? E perchè l'oggetto a cui lavorava aveva su di lui quell'effetto? Perché aveva bisogno di un oggetto di legno, a cui però si concedeva di lavorare solo a tarda notte, e sicuro di non esser visto? Ne aveva realmente bisogno? Od era solo un passatempo? Il ranger aggrottò la fronte. Si era dunque soltanto immaginato l'aura di mistero che pervadeva le mosse di Legolas?
Ed infine, la domanda che, inspiegabilmente, faceva bruciare. Per chi era, quell'oggetto che l'elfo intagliava con tanta cura?

Il ranger fece per rigirarsi nuovamente, poi cambiò idea. Dopo un breve istante, si alzò e si mosse verso Legolas, fermandosi a poca distanza da lui. In qualche angolo della sua mente, si era aspettato di vedere l'elfo nascondere quello a cui stava lavorando – e se ne accorse quando lui invece non lo fece. Non solo, ma non depose nemmeno il coltello, bensì seguitò pacificamente nella sua attività.

"Non puoi dormire?"

La voce di Legolas era neutra, come sempre. Aragorn era perplesso. Non riusciva a capacitarsi di non averlo turbato. In fondo, lo aveva sorpreso mentre si dedicava ad un qualche cosa di segreto. O no?

"Nay," rispose. "Posso?"

Legolas non alzò neppure gli occhi. Interruppe il suo lavoro giusto il tempo di battere leggermente la mano sul terreno, a fianco a lui, un silenzioso invito che venne accolto da un'egualmente silenzioso acconsentire.
Aragorn si sedette. Dopo alcuni minuti di confortevole silenzio, scheggiato soltanto dal rumore del coltello sul legno, non poté più contenere la sua curiosità.

"Legolas?"

"Mh?"

"A cosa stai lavorando?"

Ne seguì un ulteriore attimo di silenzio nel quale Aragorn considerò rapidamente se per caso non avesse commesso un errore. Mai ficcanasare in faccende elfiche, d'altronde. Poi, Legolas ridacchiò, simile ad un usignolo divertito.

"È per questo che non riesci a dormire?" La sua voce era ora adornata da un filo di affettuosità, che dissuase Aragorn dal considerare di intenzioni offensive ciò che l'elfo stava dicendo. "Sembra che nemmeno un re degli uomini possa resistere alla irrefrenabile curiosità della sua razza."

Aragorn stiracchiò un sorriso. "Io non sono re."

"Vero." Accondiscese Legolas. "Per ora."

Quasi nello stesso momento, tese verso l'uomo una palma aperta, mostrando cosa reggeva. Aragorn allungò una mano – così ruvida e rozza, vicino a quella perfetta pelle d'avorio – sporgendosi oltre la spalla di Legolas. I suoi movimenti rallentarono mentre prendeva coscienza dei lucenti capelli biondi che sfioravano il suo mento, del levigato collo che si trovava a pochi millimetri dalla sua bocca, così vicino che il ranger si chiese se l'elfo sarebbe rabbrividito se soltanto lui avesse esalato un po' più forte... questi pensieri s'insinuarono con dolce prepotenza nella sua mente, complice il profumo che permeava le sue narici, il profumo di Legolas, intossicante e così buono, così buono... così dolorosamente più buono di qualunque profumo avesse mai odorato prima, così innegabilmente più buono di quando l'aveva percepito altre volte, stando vicino all'elfo, ma mai così vicino... mai così...

Strinse fra le dita l'oggetto che Legolas gli stava porgendo, sfiorando casualmente la sua mano mentre lo faceva. Forse, non così casualmente.
Si portò l'oggetto al viso, cercando di sfruttare la vivida luce della luna a suo vantaggio, rigirandolo per capire da che parte guardarlo.

Raffigurava un fiore – un fiore di Athelas, notò il ranger, così delicato da sembrare vero – circondato da spine... lame, forse... che si avviluppavano in un intreccio tutto intorno ad esso, circondandolo ed intrappolandolo come una sorta di aureola maledetta... una maledizione cui però il fiore riusciva a sfuggire, distendendo i tremuli petali, quasi a mostrare come la bellezza possa sempre, pur nella sua innocenza, sopravvivere all'oscurità...

Aragorn deglutì. Capiva, ora, l'espressione di assoluta serenità che vedeva sul volto dell'elfo, la stessa serenità che si riversava nei suoi movimenti mentre scolpiva quel minuscolo frammento di pace.
Le sue dita sfregarono leggermente la superficie levigata, finche non incontrarono, nel cerchio di rovi, un varco un po' più grande degli altri. Largo abbastanza per un laccio di cuoio.

Il ranger non poté trattenere un singulto. Era un ciondolo.

Una quieta esultanza lo pervase, mista ad una amarezza a malapena percettibile. Lo aveva sospettato, ed ora ne era certo. Ma – ed in quel momento l'amarezza si intensificò, rivelandosi più dolorosa di quanto Aragorn pensava possibile – per chi poteva mai essere, quel bellissimo oggetto?
Il suo petto si strinse di un'improvvisa gelosia. Per chi l'elfo aveva scolpito quel gioiello? Chi meritava tanto, ai suoi occhi?

"È..." s'interruppe, accorgendosi di non avere alcuna parola in mente per dire... per spiegare ciò che provava in quel momento. "È... bellissimo."

Legolas chinò graziosamente la testa, un'inconscia dimostrazione di modestia che fece accelerare il sangue di Aragorn, la cui mente era abbastanza annebbiata, ora. Non riusciva a concentrarsi su pensieri razionali. C'era solo Legolas, ed i suoi capelli che rilucevano d'oro freddo...
I profondi occhi dell'elfo scintillarono brevemente, cosa che Aragorn interpretò come una sorta di "grazie" per le sue parole. Poi, Legolas decise di dar voce ai suoi pensieri.

"Sono lusingato di sentirlo da te." Disse. Poi, inaspettatamente, aggiunse: "È un regalo. Significa molto, per me."

Aragorn sentì il suo corpo invaso da un gelo furibondo, che mordeva e graffiava e strappava dentro di lui, mentre la sua mente veniva riempita dall'immagine dell'elfo intento a consegnare il regalo al suo destinatario, magari a qualche affascinante dama del Reame Boscoso...

Si portò una mano alla gola, afferrando il pendente di Evenstar. Il dono di Arwen. Il dono di colei che si supponeva essere il suo amore, lo scopo della sua lotta, il motivo di ogni suo singolo respiro. Il dono di colei che avrebbe dovuto essere la sua regina e la sua compagna per la vita.

"Abbi cura di donarlo a chi ne è veramente degno" sussurrò, in buona parte rivolgendosi ad un fantasma dai lunghi capelli bruni, che si aggirava nella sua memoria. "Poiché molti doni vengono ormai reputati senza valore."
Con un secco strappo ruppe la catenina che assicurava il gioiello al suo collo, osservandolo poi con triste disinteresse.
"Filigrana e luce. E amore" aggiunse, dopo poco. "Un oggetto così pregiato e donato con tali sentimenti – ed io lo getterei via all'istante in cambio di un altro. E del cuore a cui questo 'altro' è legato."

Osservò lungamente i due ciondoli affiancati. Il pendente di Legolas era così palesemente diverso; non fine e cristallino come quello della figlia di Elrond, e neppure lontanamente altrettanto sofisticatamente aggraziato. Il pendente di Arwen, nei suoi eterei colori, emanava la tenue magia delle stelle.

Eppure, il ciondolo di Legolas non era inferiore. Il legno di cui era fatto sprigionava un dolce odore di resina. E le sue sfumature di marrone – noce, castagna, miele, ed un velo di mogano – possedevano calore, quel dolce calore che derivava dalla natura e dalle sue creature, lontano dalla ghiacciata sterilità delle stelle. Il calore che le mani di Legolas avevano infuso in ogni curva, ogni ondulazione, con ogni loro affettuoso movimento.
Era la magia della terra che il pendente custodiva, la pacata magia delle montagne, salda e concreta. Una magia che riscaldava Aragorn con la sua energia, che ritemprava le sue membra con una calma forza… e che il ranger avrebbe lasciato avvolgere il suo cuore, se soltanto… se soltanto il ciondolo fosse stato per lui…

Rimirò un'ultima volta il pendente, prima di restituirlo a Legolas. Tuttavia, non si raddrizzò, preferendo invece appoggiare il mento sulla spalla del delicato arciere. Legolas non s’irrigidì come aveva immaginato, ma al contrario si appoggiò contro il ranger, con un dolce sospiro.

In qualche modo incoraggiato dalla reazione dell'elfo, Aragorn si abbandonò alle sensazioni che si accapigliavano dentro di lui, scontrandosi e fondendosi e spezzandosi come onde di vento e cristallo… il profumo di Legolas sembrava farsi più intenso, penetrando nelle narici dell'uomo, scivolando fino a cingere con leggerezza la sua mente, ipnotico e seducente...

Aragorn si rese conto di quanto tempo fosse passato dall'ultima volte in cui aveva assaporato la serenità... erano tempi oscuri, quelli che correvano, tempi che gravavano sul suo cuore, rendendolo freddo e pesante. Si era aspettato di trovare sollievo dal suo penare quando era giunto a Gran Burrone; confidava in Arwen, nella pace che avrebbe saputo infondergli con la sua sola presenza... questo pensiero gli aveva dato la forza di affrontare i dubbi, le responsabilità, le veglie notturne, in cui si trovava preda dell'angoscia. Una volta giunto là, però... le aspettative che nutriva si erano rivelate cenere, mentre si scopriva indifferente a ciò che Arwen faceva, o diceva.

Da quando erano ripartiti, dunque, e durante tutti gli avvenimenti che erano occorsi, si era ritrovato a rotolarsi in domande a lui stesso sconosciute, invischiato in indefiniti, insoddisfatti desideri.

Ma, mentre il profumo di Legolas si faceva strada nei suoi sensi, ipnotico come un canto lontano, le domande sembravano più vicine ad una risposta, i desideri si schiarivano, si facevano più nitidi, più pungenti... scintillanti desideri, struggenti, che si riflettevano, insieme alla luce della luna, in lunghi capelli biondi...

Avvolse le braccia intorno alla vita dell’elfo. Voleva dire qualcosa, ma non poteva. Non era in grado di inquinare la magia che lo pervadeva con parole…

Legolas si appoggiò contro di lui, e le sue mani si appoggiarono su quelle dell’uomo. Sospirò. Lentamente, si voltò a fronteggiare Aragorn, scrutando i suoi occhi grigi con cauta speranza.

La testa di Aragorn girava, girava, girava… il profumo di Legolas si faceva sempre più intenso, sempre più dolce… così seducente… e la sua testa girava così forte che l’uomo non capiva più chi fosse, dove si trovasse… gli sembrava di cadere, di scivolare… l’unica cosa ferma nel turbinare della sua mente era il corpo di Legolas che stringeva fra le braccia, fermo e sicuro e, oh, così reale. Ed a questa sicura realtà si aggrappò, abbracciandolo con forza, e, prima che potesse rendersene conto, le labbra dell’elfo erano sulle sue, e si socchiudevano morbide per consentirgli accesso… la bocca di Legolas era morbida ed invitante, ed Aragorn colse l’invito senza esitare, spingendo lentamente la lingua contro quella dell’elfo, lasciando che vi s’intrecciasse in una danza sinuosa…

Un tintinnio spezzò quel momento. Il pendente di Evenstar, scivolato dalla mano del Ranger, era caduto sulle pietre del terreno, e brillava di un indignato rimprovero.

Legolas si fece di ghiaccio.

Si staccò da Aragorn e si voltò, alzandosi rapidamente per allontanarsi. In un lampo, la mano dell’uomo si serrò sul suo polso, trattenendolo.

“Legolas…”

L’elfo scosse la testa

“No. Raccoglilo. E vai via.”

La stretta di Aragorn si fece più forte, mentre costringeva Legolas a guardarlo in volto.

“Non lo voglio più.” Deglutì, mentre realizzava che era davvero così. “Non l’ho mai davvero voluto.”

In una frazione di secondo, Legolas si rivoltò contro di lui, alzando la mano libera per colpirlo con un pugno. Aragorn bloccò anche quel polso con facilità.
Rimasero immobili per un istante. Aragorn non riusciva ad interpretare il miscuglio di emozioni e contegno che intravedeva sul viso dell’elfo… non capiva…

Qualcosa lo distrasse. Un rivolo di sangue colava dal pugno chiuso di Legolas, scendendo lungo il suo polso per macchiare la mano del Ranger, ed infine gocciolare a terra.
Cautamente, liberò l’altra mano di Legolas, ed aprì con dolcezza quella ferita.
Le spine del ciondolo che l’elfo aveva così finemente intagliato erano penetrate nella sua carne mentre l’oggettino veniva stretto spasmodicamente. Aragorn, senza pensare, baciò il palmo ferito, lasciando che la sua lingua vagasse sulle sue linee, e ripulisse il sangue che le imbrattava. Quindi, prese fra le dita il ciondolo, e lo pulì con un lembo della sua tunica.

“Ecco,” sussurrò, abbassando gli occhi. Glielo riconsegnava. Deponeva le armi. E va bene, pensò. Donalo a chi vuoi. Donalo a qualcuno che lo meriti più di me. E poi picchiami, fa’ di me ciò che vuoi. Fa’ del mio cuore ciò che vuoi…

“No.”

La sillaba pronunciata dall’elfo si fece strada come un pugnale nel groviglio di pensieri che si agitavano nella testa di Aragorn.

“No.” Ripeté Legolas. Sbatté le palpebre, quindi lo fissò con quei suoi occhi profondi, infiniti. “Io non so… cosa potrà significare mai per te, o…” abbassò gli occhi sul pendente di Evenstar. Lo raccolse, e lo affiancò al suo. Un’amarezza straziante impregnò il suo bel viso. “So che non è nulla, ma… è a te che è destinato.” Richiuse la mano del Ranger intorno al ciondolo cui aveva dedicato così tante notti. “Prendilo. È tuo.”

Aragorn lo fissò a lungo. Strani pensieri gli vagavano per la testa. Strane domande. Ed all’improvviso migliaia di risposte.
Esitante, ritirò la mano. Contemplò di nuovo il ciondolo.
Rapidamente, sfilò dal suo mantello una striscia di cuoio. Con attenzione vi legò il ciondolo, e se l’appese al collo. Poi sorrise.
Senza una parola, tolse dalla mano di Legolas il pendente di Evenstar. Il suo brillio si fece più intenso, aspramente rinfacciando ad Aragorn il suo comportamento.

Un istante dopo, il ciondolo tracciava una scia argentea nell’aria, per poi spegnersi con un sommesso plop nelle acque del vicino laghetto.

Gli occhi di Legolas si spalancarono.

“Aragorn…”

Il Ranger lo abbracciò, cercando i suoi occhi con i propri, intrecciando le dita nei suoi capelli. Qualcosa di simile a lacrime bagnava le sue guance, mentre un immenso sollievo si stendeva come un velo sulla sua anima tormentata.
Il ciondolo sul suo sterno sembrava pulsare a tempo con il suo cuore, caldo e vivo, come la splendida creatura che stringeva fra le braccia.

“Tye-mela’ne, Legolàs.”

Un paio di dolcissimi occhi del colore del muschio si intrecciarono con quelli di Aragorn, prima che si socchiudessero e lasciassero che l’intreccio fosse proseguito dalle loro bocche e dalle loro mani, dai loro spiriti…

“Tye mela’ne, Estel…”

La luce della luna si avvolse intorno ai due, lasciando che in loro si compisse il miracolo di un mondo impazzito che ritrova, fra il pericolo e la fiducia, nell’oscurità di un’incertezza senza fondo, il sentiero da seguire...

Era davvero una giornata migliore, quella.