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let it burn
Musica consigliata per la lettura: Let it Burn, by Mad at Gravity
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Lascialo bruciare. Lascia bruciare ogni cosa.
I bambini. Il castello. La rocca. I campi. Le ribellioni, le teste calde.
I draghi. La fame, la sete. La paura.
Lascia che bruci. Lascialo andare.
Era così difficile trovare un momento per loro. Per loro due soltanto.
E come fare, quando i bambini potevano spuntare nelle loro stanze nel cuore della notte, quando la campana era sempre pronta a suonare, sempre pronta a svegliarsi, col suo codazzo di uomini insonnoliti, impauriti e di fretta. Come fare anche solo a pensarlo, mentre guardava fuori dalla finestra, verso le colline, domandandosi quando avrebbero rivisto la sagoma di una delle Bestie emergere dalla nebbia.
Le Bestie non dormivano mai. Quinn poteva sentire i loro occhi, fissi su di lui. Pronti a cogliere il momento in cui si fosse distratto. In cui avesse abbassato la guardia. Il momento in cui si fosse creduto al sicuro.
Per poi colpire.
La Bestia. Il drago, il distruttore, quello che si nascondeva ovunque. Nelle profondità della mente di Quinn. Dietro agli sguardi ostili di chi aveva troppa paura per fidarsi di lui. Nel tremito inconfessabile delle sue stesse mani, quando si ritrovava stremato a domandarsi come avrebbero superato l’anno seguente. Se avrebbero superato l’anno seguente.
Si nascondeva nelle debolezze di ognuno di loro.
Ecco di cosa si cibava la Bestia. Ecco di cosa viveva.
Fuoco.
Cenere.
Terrore.
Esasperando la fibra degli uomini, stremando le loro energie. Risucchiando la loro volontà. Annientando l’unica capacità che poteva consentire loro di sopravvivere. La capacità di badare l’uno all’altro. La capacità di tenersi in vita l’uno con l’altro.
Tenersi in vita, almeno i bambini. Almeno i bambini.
Lui non avrebbe mai permesso che accadesse loro qualcosa. Ma non era questa la sua vera risoluzione, no; troppo vaga, troppo gentile.
Lui non avrebbe permesso che le Bestie li bruciassero. Non avrebbe permesso che la fame li vincesse. Non avrebbe permesso che i loro deboli corpi fossero dilaniati dalla furia dei draghi. Mai.
Un’impresa impossibile, per un uomo solo. Già meno impossibile per due. Non possibile, non ancora; ma meno impossibile. Questo sì.
Quando le responsabilità lo aggredivano, minacciando di stringersi intorno al suo collo, tutte insieme, come edere vischiose, era questo a salvarlo. Non era impossibile, se erano in due. E due lo erano. Non era solo.
Creedy. La sua ombra, il suo gemello. Due per rendere meno impossibile la follia di sopravvivere alle Bestie. Due; lama ed elsa, arco e freccia, grilletto e polvere da sparo. Era incredibile quanti continuassero a confonderli.
Uno di loro sarebbe rimasto sveglio. Vigile. Erano loro i due occhi della fortezza. Ed uno di loro – almeno uno – sarebbe sempre rimasto aperto.
Cosa facciamo quando dormiamo?
Teniamo un occhio rivolto al cielo.
Mentre la loro arca dormiva, uno dei suoi occhi sarebbe rimasto sempre fisso al cielo. Sempre.
Era impossibile chiuderli entrambi nello stesso momento. Nemmeno per un giorno. Nemmeno per una notte.
Cristo, nemmeno per un’ora.
Al di là della finestra, le colline. Il buio più assoluto. L’oscurità più infinita. Più spietata.
E là fuori, la Bestia cacciava.
Là fuori, la bestia aspettava. Giocava con loro. La Bestia era sempre là. Sembrava esserci sempre stata.
Una mano sul suo braccio, su, fino alla spalla. Una mano calda, come le calde candele aranciate, nella stanza di pietra.
“Vieni, Quinn.”
Ma fuori, fuori l’oscurità che continuava a richiamarlo. Che tentava d’infiltrarsi anche nel loro rifugio, scivolando in ogni fenditura, ogni interstizio. Cercando di superare la loro roccia. Di distruggere il loro nascondiglio.
La loro tana, come d’animali braccati. Ammassati disperatamente nel loro antro, affannati a scavare rifugi sempre più a fondo, sempre più in là, come a cercare di sbucare dall’altra parte del mondo. Ma anche là ci sarebbero state loro, le Bestie, come sciami scaturiti dalle paludi dell’inferno. Le Bestie.
Un palmo sul suo collo, dita a sfiorare una tempia, i capelli scomposti.
“Vieni con me.”
Difficile voltarsi, decidersi a dare la schiena alle tenebre. Troppa fiducia era richiesta.
Andiamo. Le Bestie non sono pronte ad aggredirti come darai loro le spalle. Non emergeranno da quelle colline per avventarsi su di te, su di voi, e dilaniarvi. Non per causa tua.
Puoi voltarti, Quinn.
Mani che scivolavano dietro alle sue orecchie, due pollici che strofinavano le sue guance. Poteva sentirne la pelle ruvida, rozza. Ispessita da anni di buona volontà.
Due occhi. Che lo fissavano, scuri, concreti. Calore. Qualcosa, qualcosa che cercava di emergere dal buio circostante. Qualcosa che non avrebbe mai potuto crollare nella notte, no. Bruciare, forse, scomparire in un ultimo, doloroso bagliore di fiamme. Ma cedere al buio, mai. Mai.
“Non possiamo. Le Bestie…”
“Le Bestie non verranno. Non stanotte.”
Lasciarsi andare. Questo gli stava chiedendo. Soltanto una notte… soltanto un sorso, un sorso di egoismo, solo per sé, solo per loro. Da strappare alla notte. Da rubare.
Poteva tradirli?
Poteva permetterselo?
“Sono al sicuro, Quinn. Ci sono molti sguardi a scandagliare la notte.”
Al sicuro.
Siete al sicuro, voi tutti, piccoli e grandi, rinchiusi nella vostra roccaforte, il vostro pinnacolo irto contro la morte.
Poteva rischiare? Poteva affidarsi ad altri, altri che volevano vivere, proprio come lui?
“Vieni con me.”
Nella sua stanza, poi, la porta chiusa. Non era mai chiusa. Mai. Mai con quel giro di chiave, un telo, un drappo di velluto pesante ad escluderlo dal loro mondo, dalla loro realtà, dalla loro lotta.
Faceva paura, quella porta chiusa. Serrata sulla faccia dei bambini con i brutti sogni, dei vecchi guerrieri senza riposo.
Ma, poteva sperare, serrata anche contro di loro. Contro le Bestie.
“Creedy.”
Un sussurro. Uno solo.
Che altro c’era da dire, che altro pensare. Che altro poteva esserci da chiarire, domandare, dopo anni ed anni a parlare, discutere. Anni a capirsi in silenzio. Anni a sorreggere l’uno la vita dell’altro, architravi di un’immensa fortezza, custodi di vite, speranze, paure. Come temere.
Labbra, labbra sulle sue. Calde, calde, invadenti, come quel respiro, sì, respiro di vita, di buio e salvezza, respiro divino, così diverso dall’alito di morte delle Bestie, dal loro fuoco. Così diverso.
Fammi rinascere. Respira. Respira con me, e che la tua forza, il tuo stesso essere, possano appartenere anche a me. Spartiscili con me.
Labbra, labbra fuse alle sue, poi. Mutuali scambi d’anima, a brandelli, con ogni respiro affannato, ogni ansito bruciante.
Calore, calore annidato nel buio, che cresceva, in fretta, roteando, avviluppandosi su se stesso, fiamme opache che percorrevano il loro corpo, li trascinavano con sé, implodevano, li portavano via, l’uno verso l’altro, l’uno dentro l’altro. Bruciava, laddove le mani si spingevano senza imbarazzo oltre i grezzi maglioni, dove lottavano con i legacci degli abiti.
Sicurezza, la sicurezza di un legame che pareva durare dalle origini del mondo. Ed eppure bruciava, bruciava ancora, le mani volavano, toccavano, concrete e reali come le ruvide coperte del letto, come la loro pelle, i loro corpi, uno contro l’altro. Bollenti, tangibili. Reali.
Mani. Carezzavano, stringevano, reclamavano.
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Quanto tempo era passato dall’ultima volta?
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Responsabilità. Dovere. Peso. Parole, scontate, fruste, assillanti. Basta. Non era lui ad avere il dominio. Che altri decidessero per lui.
Decidi tu per me,
La lana era calda, grezza, grattava la pelle del suo torace, il volto, la fronte madida di sudore.
Creedy.
Calore. Mani strette sul ferro della testiera, concreto. Era vivo. Era lì. Era sopravvissuto, ancora. Ancora vivo. Le Bestie non l’avevano preso. Realtà, sì, concreta come la carne di Creedy, premuta contro di lui, rovente, rovente il dolore che minacciava di squarciarlo, sì, sì, dolore palpabile. Dolore che gridava, gli gridava sei vivo, urlava, sostituendo il suo silenzio forzato, sei vivo, mentre serrava i denti, il volto nel cuscino, SEI VIVO, QUINN!
Era il suo fuoco, quello che bruciava, quello che poteva sconfiggere il male, bruciare ogni cosa, distruggere perfino loro. Perfino le Bestie!
Sono io, gridava, dentro, Bestia, guardami! IO TI SFIDO! Ti volto le spalle, ed oso bruciare un fuoco più potente del tuo. Non puoi avermi. Non puoi avermi! Non puoi avermi!
Gemeva, i fianchi serrati un una morsa violenta, mentre Creedy lo prendeva, ancora, e ancora, più forte, fino in fondo, sì,
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e divampava, nel cuore della fortezza, pulsava come una stella morta, artigliava la sua mente, anni di battaglie, annientando i suoi pensieri, bruciandoli come vecchi giornali, spazzandoli via, via.
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Silenzio. Doveva restare in silenzio. Non fare paura ai bambini. Non gridare. Non gemere più. Non lasciarti andare.
Non abbassare la guardia!
Le Bestie!
Le Bestie ti stanno chiamando!
Le Bestie ti aspettano!
Cosa facciamo quando dormiamo?
Teniamo un occhio rivolto al cielo.
Cosa facciamo quando scopiamo?
“Lasciatemi chiudere gli occhi… lasciatemi chiudere… lasciatemi…”
In silenzio. Silenzio, il più possibile. Le mani strette nella coperta, gli occhi in fiamme.
Lascialo bruciare. Lascialo bruciare. Lasciati consumare.
Poteva concedersi di ansimare, ed ansimava, infatti, ansiti profondi, disperati. Ansiti di fuoco, dolorosi, quasi, come gli ansiti di Creedy, a ustionare la sua schiena, mentre mormorava contro le sue scapole, mentre lo stringeva, più forte, ancora di più. Mentre lasciava scivolare le mani lungo le sue cosce aperte, a sfiorarlo, a stringersi fra le sue gambe, ad afferrarlo, mentre si muoveva, in un ritmo animale, il ritmo della carne, che bruciava per essere saziata, e Quinn affondò il viso nella lana, digrignando i denti, mentre sentiva, un doppio fuoco che pulsava nel suo ventre. Gemette, quanto tempo era passato? Quanto?, il piacere quasi simile a dolore, a quattro zampe sopra il letto, sì, sì, sì, e Creedy gemeva, il suo nome, o forse quello di dio, o forse nulla, e lo stringeva, e si muoveva, e pulsava nel suo corpo, e Quinn era perduto, perduto, perduto fra le fiamme…
Non voglio spaventarti. Voglio che tu capisca. La conoscenza è l’unica arma che ci è rimasta.
Cosa facciamo quando siamo svegli?
Noi volgiamo gli occhi al cielo.
Cosa facciamo quando dormiamo?
Teniamo un occhio rivolto al cielo.
Cosa facciamo quando li vediamo?
Scaviamo forte. Scaviamo profondo. Cerchiamo riparo, e non ci voltiamo mai.
In silenzio. La lana grattava i loro corpi, l’aria era calda. Il sudore che cominciava ad asciugarsi. Erano forti, quelle braccia che lo stringevano. Erano forti le sue braccia, mentre stringeva Creedy.
La sua mano vagava fra ricci scuri scompigliati. Su palpebre chiuse. Creedy era stanco.
Un bacio, lento, ora. E non era più evasione, non era più la furia o la paura.
C’è un perché. Un perché che non sanno esprimere a parole. Potrebbero provare, ma non conterebbe. Le parole non contano, nel mondo dei draghi. Le parole non contano, nel Regno del Fuoco.
Era perché esistevano. Era perché le Bestie erano fuori, e loro erano ancora vivi. Era perché potevano ancora stringersi, caldi, sazi, perché potevano fare l’amore, insignificanti com’erano. Perché anche questo avrebbe tenuto lontane le Bestie. Perché erano vivi. Tutto qui.
Cosa facciamo quando amiamo?
Cerchiamo di continuare a vivere. Solo questo.
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