Forsaken
by L.a.g.o.



Musica consigliata per la lettura: Forsaken, David Draiman



«Pianse seduta sul cesso, consapevole di essere prossima alla pazzia. Presto o tardi il suo corpo non sarebbe più appartenuto al suo cervello, il quale a sua volta avrebbe perso il controllo delle proprie funzioni. Non voleva.»

La stirpe nera, Margherita Frati





Disteso sul letto. Non poteva far altro che respirare, piano. Aria.

Riflettere su quell'aria che gli entrava dentro, lo manteneva in vita, poi usciva. Non poteva fare altro.

Si era spesso chiesto se fosse possibile impedirsi coscientemente di respirare. Morire così, per propria scelta. Perchè tutti i suicidi erano trappole, trappole che ogni persona preparava per se stesso. Non era così?

Gettarsi da un palazzo. Darsi fuoco. Prendere pillole. Tutte cose di cui puoi pentirti, a metà gesto, solo per scoprire che è ormai troppo tardi. Non puoi più tornare indietro.

Forse era il corpo, che si ribellava alla mente. L'istinto troppo potente per essere dominato dalla volontà di una persona, che restava una fragile impalcatura rispetto a milioni di anni di pura animalità.

Così simile ad un soldato, rifletteva. Un soldato mandato a morire, che si ribella al proprio comandante. Così accadeva. Ecco perchè non era possibile decidere semplicemente di smettere di respirare. Perchè, nel momento culminante, il corpo avrebbe brutalmente preso il comando, lottando per restare in vita. Lottando per rigenerarsi, curarsi, indifferente alla volontà che lo governava. Avrebbe scelto di vivere. Vivere.

Vivere. Quanti corpi in lotta, feroce, disperata, contro una morte che non avevano voluto. Quante menti che si rannicchiavano nei loro gusci, impotenti, inerti ed inermi, rimettendosi alla volontà del loro organismo. Salvami, avrebbero implorato, salvami. Non abbandonarmi ora. Non cedere.

Farmaci, droghe, sostanze estranee che avrebbero invaso ogni organo, stravolgendo i suoi equilibri, spronandolo, aizzando allo spasimo le sue capacità, fustigandolo mentre lo lanciavano verso un traguardo, in una gara disperata. Per la vita. Vivi. Vivi. Corri. Riparati. Non cedere. Non collassare. Non mollare.

Droghe. Intontito, mosse una mano, tentoni sul lenzuolo. La lasciò ricadere. Non ricordava dove avesse gettato la siringa. Non importava, realmente. Ma aveva paura di pungersi.

Assurdo. Avrebbe riso, se fosse stato abbastanza lucido. Che male poteva fare, ormai, pungersi? Che male avrebbe mai potuto fare, una puntura, pungersi il dito con un ago, graffiarsi contro una corteccia? Eppure, per tutta la vita, gli avevano ripetuto di stare attento, gli avevano tolto da davanti ogni cosa potesse rappresentare una minaccia. Un tempo non era così. Lui non aveva mai imparato. Non aveva imparato perchè non potesse toccare quegli oggetti. Non aveva imparato perchè erano pericolosi. E ci giocava, allora, senza rispetto, senza paura. Li sfidava. Quelle sfide che gli erano state negate doveva lanciarle, anni dopo, amplificate nella sua realtà di adulto. Niente spilli su dita paffute, la vita in gioco, ora.

Una volta iniziato, non aveva più potuto smettere. Cos'altro c'era? Cos'altro era così appagante? Cos'altro poteva importare, dopo aver fatto, osato il massimo?

La vita racchiude il principio di tutte le cose. E’ dalla vita che dipendono abilità, volontà, successi, fama, sesso, amore. Senza vita, non possono esistere. Perchè sfidare una singola opzione, dunque, se poteva affrontarle tutte insieme? Tutte unite contro di lui?

E così era. Affrontando la morte, sfidava la sua paura di invecchiare, di fallire, di perdere, sfidava la sua voglia di piacere, di successo, di amicizie, di poesia. Sfidava ogni persona che aveva mai conosciuto nel mondo, sfidava ogni campione sportivo, ogni cantante, ogni prete, ogni assassino. Racchiudeva in sè tutto ciò che aveva fatto, e tutto ciò che avrebbe potuto fare. Racchiudeva in sè tutte le opzioni che si possono presentare ad una vita umana, minacciando di distruggerle, di portarle via con sè, di perdere tutto, nulla escluso. Le sentiva, tutte, viveva milioni di vite, sull'orlo dell'autodistruzione. Solo, inumano ed incomprensibile. Viveva.

L’ultima sfida. Avrebbe potuto soggiogare il suo corpo? Avrebbe potuto commettere un omicidio, a sangue freddo? Omicidio, sì. Un incidente, non sarebbe stato proprio colpa sua. Sarebbe stato lui a cacciarsi in quella situazione, d'accordo, ma si sarebbe lasciato una possibilità di salvezza. Non dipendeva da lui. Non era lui l'arbitro finale, fra la vita e la morte.

Avrebbe avuto il coraggio di perseguire il suo scopo fino in fondo? Fino all'ultimo secondo? Avrebbe saputo dominare un istinto vecchio quanto il mondo, avrebbe saputo assassinare quel corpo, che lo aveva servito fedelmente per anni, che lo aveva guarito, salvato, che gli aveva consentito di vivere una vita normale, perfetto come migliaia di malati, deformi, affetti dalle deficienze più impensate gli avrebbero invidiato?

Mi hai tenuto in vita fino ad oggi. Continueresti a farlo per quanto, cinquanta, sessant'anni ancora, se ti lasciassi stare. Certo, invecchieresti, ti faresti debole, ma saresti ostinato e testardo come tutti i corpi. Sei stato bravo, non hai difetti, sei giovane, ancora, vibrante di energia. Posso fare di te ciò che voglio. O hai in serbo una sorpresa, per me?

Forse, da qualche parte dentro di te, si annida una qualche malattia, un orrore pronto a distruggermi? Come posso sapere che, in questo preciso istante, in qualche angolo della tua carne, le tue cellule non stanno impazzendo, diventando immortali, non si stanno coalizzando contro di te, contro di me, kamikaze pronte a morire con noi pur di distruggerci? Come posso essere certo che un collegamento difettoso fra i miei acidi nucleici non stia per trasformarsi nell'incapacità di assorbire una sostanza fondamentale, di produrre un elemento indispensabile alla vita? Come posso sapere che uscendo di qui non sarai magari spezzato da un qualche imprevisto, e non sarai più in grado di aiutarmi? Non sarai in grado di reinventarti, costringendomi a reinventare invece tutta la mia vita, le mie abitudini, la mia realtà?

Sei disposto ad obbedirmi? Obbedirmi veramente?

Se ti chiedo di morire, lo farai? Verrai con me?

Non ti chiedo cieca obbedienza. Ti chiedo di capirmi, condividere il mio punto di vista.

Non soffrirai. Non invecchierai. Non avrai paura, perchè sarà stata una tua decisione. Non aspetterai, nella notte, mentre la mia mente dorme, non percepirai le tue difese crollare, rabbrividendo, domandandoti quando non riuscirai più a tirare avanti.

Sarà una tua scelta. E per compierla, ti servirà tutta la tua forza.

Non so se questa forza sarà pari a quella che ti servirebbe per vivere ancora tutti questi anni. Non lo so davvero. Ma te ne servirà molta.

Ma forse tu non capisci. Forse tu continui semplicemente ad andare avanti, come un automa, un animale dei più elementari. Cosa t'importa. Tu sei vivo. E finché potrai, continuerai ad esistere.

Sta a me decidere. Solo a me. Non è così?

Ma gli serviva, la collaborazione del suo corpo. Poteva aggirarlo, provare ad imbrogliarlo, stordendolo con alcool, anestetici, in modo da abbassare la sua guardia, le sue difese. Ma non era sufficiente. Doveva impedirgli di prendere il comando. Doveva assicurarsi la sua obbedienza, la sua cieca fiducia. Ma non sapeva come. Non sapeva se fosse possibile.

Era questa la sfida più grande. Il dominio completo. Il regno più vasto che un uomo avrebbe mai potuto conquistare: il dominio sul proprio corpo. Il dominio sui propri impulsi naturali. Il dominio sulla memoria genetica di generazioni e generazioni, la sovranità su millenni di istinto, di lotte per la sopravvivenza. La più deliberata e blasfema contraddizione, la ribellione contro i canoni stessi della vita. Una sfida. Uno sputo, dritto nella faccia di un dio che non era lì a guardarlo, una dimostrazione. Era lui il più forte. Ma, più di tutto, era lui ad avere il potere. Il dominio.

La padronanza più grande. Quella del futuro.

Sarebbe stato signore e padrone del proprio futuro, come nessun’altra creatura era mai stata prima. Sarebbe dipeso tutto esclusivamente da lui, dalla sua volontà. E non sarebbe stato così vigliacco da coinvolgere altri, credersi forte uccidendo altri. Quella non sarebbe stata opera di volontà. La volontà vera era quella forte abbastanza da costringere a morire il proprio corpo, macchina della vita. Senza ricorrere a mezzucci. Con un semplice comando. Una parola. Muori.

Respirò ancora.

Ancora.

Ancora.

Ancora. E ancora.

Era dura, capire quando smettere. Decidere quale sarebbe stato l'ultimo. Respirò. Bevve a grandi sorsi da quell'aria, incapace di separarsene. Incastonò il respiro nei propri polmoni, dove il sangue, ignaro, continuava a richiederne. Avrebbe iniziato a gridare, presto, i muscoli avrebbero iniziato a contorcersi, urlando, chiamando, agonizzanti. Sarebbe stato capace di ignorarli?

Continuò a respirare. Profonde boccate. Quindi, chiuse la bocca.

E, semplicemente, smise.