Finita
by L.a.g.o.






«un’armonia malinconica … caratteristica comune a prestigiatori ed a nobili esiliati, con il fascino cupo della maga, col suo portamento da eroina.»

Yukio Mishima





Mi trovavo quel giorno come persa in un limbo, senza alcuna nozione del tempo o del luogo, come solo in alcuni sogni allucinati ho mai provato l’eguale. Spesso cercavo, a quei tempi, di disperdere i miei pensieri in inutili filamenti, abbandonandoli dietro di me fino a rimanerne completamente priva; capitava che ci riuscissi, alle volte: ed erano esperienze vacue e nebulose, che mi lasciavano spesso con l’idea di aver sfiorato qualcosa, che non riuscivo a comprendere né a focalizzare; senza darmi tregua, vi meditavo fino allo stremo, ossia finché non mi stancavo talmente di me stessa da tentare di nuovo di emigrare, in qualunque luogo dove potessi perdere la capacità di pensiero, aleggiando qua e là come una vitrea percezione, un fascio di deboli nervi destinati unicamente a cogliere sensazioni, per poi lasciarle andare; e per far questo, mi trovavo ad attraversare strani luoghi, ai quali ero guidata da misteriose correnti, che potevo avvertire nell’aria, pur senza vederle.

Vagabondavo dunque per un sentiero sterrato, oltre i bordi del quale non vedevo altro che spogli campi di rade spighe contorte, per quel poco che mi consentiva una densa nebbia d’un grigio opprimente. Non ricordo come vi arrivai, né perché; ma ero lì, come se lì fossi nata, come se da lì avesse appena avuto inizio la mia stessa esistenza.

Ma non mi ponevo domande: camminavo, né rapida né lenta, sovrastata da quella cappa d’un piombo evanescente, e non vedevo altro che uno smorto terriccio marrone sbiadito ed il giallino ammalato del grano.

Poi, apparve ai miei occhi una costruzione, una parete solitaria, sembrava, simile a quei tabernacoli che talvolta s’incontrano in strada pei colli. E una qualche bizzarra specie di tabernacolo doveva ben essere, mi balzò agli occhi quando le fui più vicina. La parete di bianchiccio intonaco screpolato e sporgente in minuscole punte si curvava ai lati, in due brevi ali, che nascondevano parzialmente lo spazio che quasi circondavano, ampio quanto bastava per due persone.

Mossa dalla mia consueta curiosità, girai intorno ad una di queste due ali, portandomi in mezzo ad esse ad osservare la parete mediana. Lì stava appeso un quadro, notai con un certo compiacimento, dunque proprio d’un tabernacolo doveva trattarsi; vi avvicinai il volto, in cerca di una dicitura che mi rivelasse il nome di quel santo. Non trovandola, mi ritrassi corrucciata, e forse per la prima volta rivolsi le mie attenzioni al dipinto.

La sensazione che ne ricavai fu di un incredulo sgomento, immotivato, eppure presente, che sembrava emanare da quelle pennellate decise. Ritraeva il profilo un uomo, un uomo dai lunghi capelli neri, mossi, quasi ricci, scompigliati. Essi ricadevano scompostamente intorno ad un viso pallido, e l’unico occhio visibile era fisso in avanti, nero come l’oppio, traversato da rare lame bianche, che gli conferivano un aspetto sinistramente reale, sinistramente vivo. A chi è già capitato di rimanere catturati da un dettaglio, un frammento in un dipinto più grande, è dato comprendere in parte le emozioni che provai quando lo vidi; rimasi immobile di fronte a quell’occhio, scavalcato da un unico ricciolo bruno, senza comprendere perché me ne sentissi attratta. Mi sorpresi a contare le pennellate che riuscivo ad intravedere, due di un bianco scuro che creavano un alveo per quel rapido circolo di nero scheggiato da sprazzi di bianco purissimo… vidi allora, come l’avessi avuta dinanzi in quel preciso secondo, la mano del pittore mentre, con una rapida torsione del polso, donava la vista quel volto dipinto. Mi nacque dentro un’ammorbante fame, volevo che fosse mio, quel ritratto, volevo saperne tutto; nella mia illusione di artista, volevo essere in grado di ridipingerlo da me, in modo che mi appartenesse con quella completezza con cui un’opera appartiene al suo creatore. Con violenza, quasi, distolsi lo sguardo da quella pupilla, osservando una spalla appena abbozzata, rivestita di un verde scuro, come di muschio; come se fosse cresciuto lì, su quella parete antica, e il pennello di uno sconosciuto gli avesse semplicemente dato ordine, districandone e lisciandone i brevi filamenti.

Nonostante i miei tentativi d’indifferenza, un particolare attrasse la mia attenzione. La ciocca scura sull’occhio sembrava quasi muoversi, ondeggiare, come se fosse vera… senza riflettere, allungai la mano per sfiorarla, sebbene desiderassi invece trattenermi, per non dover trovare sotto le mie dita niente più che un’ennesima lacrima di colore…

Ma la ciocca si lasciò stringere, e quando io, per sorpresa, mossi un passo all’indietro, venne con me, cadendo da sopra il quadro, dov’era poggiata. Incapace di reagire, l’abbandonai al suolo, fissandola, per poi alzare con ardore gli occhi al dipinto, il cui occhio era libero, adesso. L’assenza di quei capelli mi parve d’un tratto orrenda, e fui colta da vergogna per quanto avevo fatto… mi chinai, tastando il terreno polveroso per raccogliere la ciocca; ma, in quell’istante, un voce di donna tinse l’aria, mentre una sagoma faceva la sua comparsa, sbucando dall’ala opposta a quella dov’ero entrata io.

“Lascia a me.”

La figura mi s’inginocchiò al fianco, raccogliendo i capelli con gesto sicuro, mantenendo il proprio volto abbassato. La osservai, corrucciata, quasi in collera con costei, che aveva interrotto il rapporto che andava creandosi fra me ed il dipinto… ed in quel momento mi pareva che davvero avesse interrotto qualcosa; ero certa che, se non fosse arrivata, avrei potuto comprendere qualcosa, qualcosa d’incredibile sarebbe potuto accadere; ma che, per causa sua, il ritratto avrebbe taciuto in eterno, senza rivelarmi ciò che, ne ero certa, aveva in serbo per me, e me soltanto…

La donna si sollevò, in un fruscio di stoffa… scrollò le sue ampie gonne, grigie come un sudario dei secoli remoti, e protese la candida mano, così pallida da sembrare quasi in procinto di svanire, a rimettere a posto il ciuffo scuro, sistemandolo con cura finché non ricadde sul dipinto esattamente come prima; e l’unica traccia che indicava si fosse mosso erano minuscole briciole di terreno, che lo impolveravano qua e là, sbiadendolo.

La donna si voltò allora a guardarmi, il suo volto seminascosto da un ampio cappello nero di foggia antiquata, forse l’unica nota di colore nel suo piatto ed uniforme grigiore, accompagnato da una fascia rossa legata intorno alla vita. I suoi occhi erano velati da una fitta retina, cucita al copricapo… ed io mi domandai, in qualche recondito angolo dei miei pensieri, com’era possibile che una donna del mio tempo fosse abbigliata con quei capi, quali m’immaginavo dovessero essere in voga nell’ottocento, o forse prima; ma senza curarmi di darmi una risposta. Una fiamma prese ad ardere nel mio petto: non aveva lei osato toccare quei capelli, quel dipinto, con una familiarità oltraggiosa? Non lo guardava tuttora con una condiscendenza bonaria, come farebbe una sorella, una zia? Ed io m’adiravo e la odiavo per questo, detestando quella donna che appariva e sgretolava le mie illusioni, mostrandomi sgradevoli realtà.

Vidi poi quella dama inclinare la testa all’indietro, emettendo un fischio acuto; e subito altre donne apparvero, sembrarono sciamare da ogni dove, affluendo nello stretto spazio del tabernacolo. Ed ognuna portava un pezzo di legno, di chiaro legno levigato, dalla forma più impensabile: chi recava un semicerchio, chi una barra con annesse due punte, chi un trapezio con un lato ovoidale; ma, più di tutto, portavano stecche, lunghe un palmo più o meno, ed appuntite come da un paziente lavoro di tornio.

Codeste donne mi colpirono, nella loro moltitudine, per una singola caratteristica: il loro essere completamente anonime, cineree, identiche le une alle altre e tutte alla prima donna che avevo veduto, come una personificazione della nebbia assillante che premeva su di noi da ogni parte, e così si muovevano; nebulose, indistinte, senza una parola, il loro incedere reso reale soltanto dallo scricchiolio minuto del terriccio sotto le loro suole.

Ignorandomi, quasi non esistessi neppure – quale sensazione, pensare d’esser magari io vista come un’anomalia da quella moltitudine d’anomale creature! – esse si dirigevano verso il quadro, e vi poggiavano sopra, in quei pochi centimetri di bordo che presentava la tela, il loro ligneo omaggio, quasi v’avessero deposto fiori ed offerte; chinavano poi il capo a ricevere poche parole dalla prima di loro, che stava, composta e regale, a fianco del dipinto, simile ad una spettrale sentinella, allontanandosi poi, confuse ed indistinguibili, svanendo nelle nebbie donde erano comparse.

Quando anche l’ultimo pezzo di legno fu deposto, la sfuggente signora si chinò in un breve e rigido inchino, avviandosi poi a seguito delle altre, senza degnarmi d’uno sguardo. Ed in quel momento fui colta dall’angoscia; sentii che mi stava sfuggendo l’unica possibilità che avevo di ottenere risposte, e mossi qualche passo precipitoso verso di lei, prima di chiamarla. Ella si voltò, inespressiva e silenziosa, sebbene una vaga curiosità le aleggiasse in volto; ma conservava quella ben determinata postura che tende ad assumere chi sa, mentre compatisce chi non può capire.

“Chi è costui?” le domandai, sentendomi improvvisamente una sciocca, quasi avessi vissuto fino ad allora ignorando un’importantissima nozione; e questa impressione fu confermata dal modo in cui la bocca della donna si socchiuse, mentr’ella prendeva un respiro stupito, senza dubbio domandandosi se io non venivo per caso da qualche terra lontana, o se non ero piuttosto una folle, fuggita da un manicomio vicino.

Poi, mi sorrise, allungando una mano a sfiorarmi la guancia, senza però toccarmi: e a tutt’oggi conservo la sensazione di un freddo misterioso, radioso, che scivolava ratto dal suo palmo alla mia pelle.

“Il suo nome è Finita” mi rispose con garbo, movendo il capo in direzione del quadro. Io seguii con lo sguardo il suo movimento, per poi riportare gli occhi su di lei; mi accorsi allora che s’era voltata, e si stava allontanando in silenzio, eretta e composta come può esserlo una bambola.

Stavo per chiamarla nuovamente, quando sentii un rumore giungere dalla mia tasca; e fu un brusco richiamo al mio tempo, alla mia quotidiana realtà, quando ne estrassi il telefono cellulare. Il piccolo schermo s’illuminava ad intermittenza, ed io lo avvicinai al volto, strizzando gli occhi nella luce grigiastra per distinguere chi mi stesse chiamando; e vi lessi, ‘Finita’.

Una moderata sorpresa si fece largo nel mio petto, essendo io ben certa che quella parola non era in alcun modo presente nell’elenco di numeri che possedevo; tuttavia, prima che potessi riflettervi su, avevo già accettato la chiamata, e istintivamente portai il telefono all’orecchio.

“Pronto?”

Giunse una risposta, sommessa e raschiante: “Sono io.” Ed il mio respiro non poté impedirsi un leggero tremito.

Rimasi in silenzio, attendendo che lo sconosciuto proseguisse; ma quando questo non accadde, pronunciai il suo nome con timore, conscia che per la prima volta quella parola, che pure avevo già utilizzato, lasciava le mie labbra con un significato completamente diverso, irreale ed intrigante.

“Finita?”

Ed il tremito si ripeté, propagandosi alle mie braccia, quando la voce, sensuale e distante, replicò con un asciutto: “Sì.”

Tacqui ancora. Potevo sentire un respiro riverberarsi nella cornetta; e mi colsi a trattenere il mio, pur di catturare quel suono. Tremavo ora incontrollabilmente; e tutto ciò che volevo era udire altre parole, pronunciate con quel tono seducente che mi stava avvolgendo senza ch’io potessi far nulla.

“Non farla danzare,” sentii, in un sussurro. “La tua compagna non deve danzare; poiché io ho guastato la cartilagine del suo ginocchio, ne ho manomesso la carne polposa: fui io, la scorsa notte, a predisporre l’artifizio.”

Io mi limitai a stringere l’apparecchio con mano incerta, senza comprendere il senso di quanto dicesse.

“Sei giunta a me; ti offro la possibilità di entrare a far parte del mio disegno. Cosicché, se non altro, rimarrai un mio ricordo, nei secoli che occorreranno.”

Prima che potessi replicare, si udì quindi un segnale elettronico, e poi il silenzio.

I momenti seguenti sono vaghi ed indistinti; rammento soltanto che diedi un ultimo sguardo a quell’occhio, e quindi mi allontanai. Non so che strade presi, quante svolte dovetti compiere; ed ogni mio tentativo di ritrovare quel sentiero, fino ad oggi, non ha dato risultati. Fatto sta, che ad un tratto sbucai dalla foschia in un vicolo della mia città; e mi ritrovai davanti agli occhi le rossastre luci del teatro.

Davanti all’edificio stava un crocchio di persone; avvicinandomi, riconobbi nei loro volti quelli dei miei compagni di studi, ed accorsi anche io, mentre mi tornava confusamente la memoria di un non so quale saggio di danza classica, al quale avevamo tutti promesso di assistere, che avrebbe segnato il debutto di una di noi.

“Elisa!” gridai, avvicinandomi a lei, facendomi largo fra gli altri, che si voltavano a guardarmi sconcertati. “Elisa!” chiamavo, come se da ciò dipendesse la sua vita: e di questo io ero ben convinta.

Elisa, seduta sui gradini di metallo della scalinata, s’alzò in piedi, fissandomi con occhi interrogativi; ed io mi fermai dinanzi a lei, ricambiando lo sguardo con ardore.

“Non danzare, stanotte” la implorai. “Per tutto ciò che ti è caro, per la tua vita, ti supplico: non danzare!”

Quante paia d’occhi mi osservarono con rimprovero, non potei contarle, e non m’importava: nella mia furia, l’unica cosa che m’importava era la mia disperazione di farle capire, di farle intendere.

“Il ginocchio; il ginocchio, Elisa! Non danzare, non calcare quelle scene. Te ne prego! Per la tua vita; per la tua salvezza; non farlo! Se danzerai, accadrà qualcosa di terribile; ti imploro; rinuncia!”

Mentr’ella seguitava a guardarmi con pupille sconvolte, una mano s’abbatté sulla mia spalla; voltatami, mi trovai di fronte il volto adirato di un’appassionata Irene, che mi fissava, una mano sul fianco robusto, le gote arrossate di rabbia.

“Quale genio malsano ti possiede? Taci! Non essere sciocca!” mi rimproverava aspramente, zittendo ogni mio tentativo di riprendere parola. “Non so quale assurdo motivo ti spinga a parlare così, ma nulla ti dà il diritto di turbarla in questa maniera. Smettila, dunque; un po’ di ritegno!”

“Non comprendi! Nessuno comprende!” sbottai io; ma m’accorsi che la folla era contro di me, ed al suo fianco. Mi si appannarono gli occhi, e per un breve momento non vidi altro che la chiazza rossa della sua maglia, che stava davanti a me, come un macigno sulla mia via, che m’impediva di raggiungere Elisa e spiegarle le mie azioni.

“Chi è…” balbettai, cercando un modo per moderare le mie parole, tentando però di farle intuire qualcosa. “Chi è Finita? Il suo maestro, forse?”

E gli occhi scuri d’Irene trafissero i miei con una rabbia bruciante, tale che io mi sentii di sparire; e credetti che, non fosse stato per la mano che ancora si stringeva sui miei vestiti,sarei veramente scivolata via, perdendomi in qualche rigagnolo notturno.

“No: è morto.”

Le sue parole si scolpirono nell’aria notturna: ed ella, seccata, mi lasciò andare, non comprendendo il mio nuovo capriccio. Si udì poi un suono ancora: i singhiozzi di Elisa, che s’era aggrappata con forza alla ringhiera, abbassando il bel volto.

“Non è vero,” mi disse, semplicemente. Ed io mossi un passo verso di lei, ansiosa di rimediare a quanto avevo fatto; ma fui bloccata dalle decine di occhiate di ghiaccio che mi vennero scoccate contro, in difesa delle lacrime di quella innocente ragazza.

Irene salì i pochi gradini che le separavano e l’abbracciò con tranquillità, prima di voltarsi a me e condannarmi con poche, impietose parole. “Non so perché ti comporti così; ma è inaccettabile. Sia per invidia o quant’altro, è intollerabile che tu voglia danneggiarla per tuo diletto, o per chissà quali altri scopi. Quanto a Finita, egli è morto; e sì, era il suo maestro, e le era caro come un padre; e non so per quale assurdo motivo tu associ il suo nome alle insulsaggini che andavi sproloquiando, poiché lei gli era altrettanto cara.” Mi guardò, senza lasciarmi via di scampo, denudando la mia presunta meschinità insieme alla mia reale confusione. “Vattene, ora: qui, non sei più la benvenuta.”

Stroncata dalla sicurezza che permeava la sua voce, mi allontanai, mentre dentro di me si accapigliavano torpide domande, avvolgendomi in un manto soffocante d’incertezza, sotto al quale sentivo i miei pensieri cedere, fino a svaporare nel nulla; e, rimanendo preda di un’opprimente sensazione, pur senza saperle dare un nome, giunsi a casa, e mi accomodai su una poltrona, ripetendo a me stessa che mi ero certamente lasciata ingannare da qualche buffone ed un’atmosfera suggestiva.

Non so dire quanto tempo rimase lì, seduta, osservando in silenzio il focolare spento, le braccia incrociate sul torace. Ricordo che la mia testa si stava facendo pesante, abbassandosi lentamente verso il mio petto, quando un trillo freddo mi trapassò, come una freccia.

Cercai il telefono, frugando nelle mie tasche con un’angoscia crescente; e, quando finalmente lo strinsi fra le mani, i miei timori trovarono conferma in un'unica parola che appariva sullo schermo: ‘Finita’.

Scostai bruscamente l’apparecchio da me, alzando gli occhi con disperazione al muro, alla mensola del camino, come se la visione di quegli oggetti familiari potesse in qualche modo sopprimere l’irrealtà che mi stava rapidamente circondando. Ma il diabolico trillo non accennava a smettere, anzi: aumentava, aumentava sempre di più, trafiggendo le mie orecchie, scivolando dai miei polpastrelli fin nel mio sangue, scorrendo senza freni verso il mio cuore... ed ebbi la certezza che quando l’avesse raggiunto sarei morta, fulminata da un infarto innaturale e ripugnante; e, cedendo all’istinto di salvarmi, premetti il fatidico tasto, e risposi.

Rimasi in silenzio, mentre dei rumori indistinti si propagavano nel mio cervello, come se la chiamata fosse stata attivata per sbaglio.

“Finita?” mormorai appena.

Ma un cupo presagio già si insinuava con prepotenza nella mia mente: ed esso crebbe a dismisura come percepii, seppur confusamente, una qualche melodia classica dispersa al di là della cornetta.

“Finita” fu tutto quello che riuscii ad articolare, come se ripetere quel nome potesse cambiare qualcosa. Tentai di formulare una preghiera, un’invocazione, ma non mi uscì nulla; rimasi in silenzio, affascinata dal mortale gioco che riuscivo appena ad intravedere, e del quale, morbosamente, bramavo conoscere il finale.

Un grido increspò la linea telefonica, seguito da un tonfo; la musica cessò d’improvviso, sebbene con qualche esitazione. Un brusio sconnesso mi giungeva alle orecchie; poi questo crebbe, tramutandosi in un gran clamore, nel quale risuonò un urlo, poi un altro. Strinsi spasmodicamente la cornetta, chinandomi in avanti, pervasa da una selvaggia soddisfazione, seppur trapunta d’un orrore impossibile da descriversi a parole; e non vidi forse ancora il maledetto quadro, proprio lì, appeso sopra il mio caminetto, che mi fissava con quel suo occhio, nel buio?, e poi udii una voce levarsi al di sopra della bolgia, gridando: “È caduta… è caduta dal palco… Dio, misericordia; è morta! È morta!” ed ancora, mentre alzavo gli occhi stralunati ad incrociare la perversa pupilla oscura, riconobbi quelle parole crepitanti come appartenenti ad Irene, la stessa che m’aveva poc’anzi apostrofato, e che gridò un ultima volta, prima che calasse il nulla tombale:

“Quelle sporgenze al ginocchio… Dio mio, perforano la carne, ora, ma… sono schegge… schegge di legno!”