|
blackout fandom: Muse (Matt / Dom)
La luce è rada e fredda – è la neve, sul davanzale, che illumina la stanza.
Matt non ha cercato le candele – tornerà. È la quarta, quinta volta che salta la corrente. Un po’ gli piace.
La sala è fredda, ma non troppo. E Dom è lì da qualche parte – non lo riesce a individuare – poi lo nota, ombra scura che deforma una poltrona.
“Vieni qui.”
Ed obbedisce, Matt, non gli riesce di pensare a niente altro – si avvicina, resta in piedi, poi decide di sedersi. In silenzio ad ascoltare altro silenzio. Ad ascoltare ciò che Dom gli sta narrando, solamente con il corpo – che il Natale è ormai alle porte e lui si chiede – come viverlo da soli, io e la mamma?
“Sai.”
Quella sillaba è un po’ dire, resta qui. Ho bisogno di qualcosa che non so nemmeno io. È un po’ come se proprio io l’avessi ucciso, quella sera, lo sapevi? Lo sapevi? Lo sapevi?
“Ancora oggi, non riesco ad immaginare un incubo peggiore.”
Matt si muove sui cuscini. Sarebbe grato di morirci.
Così com’è – un impotente. Di fronte alla peggiore beffa che il mondo potesse architettare.
“C’è qualcosa che chiunque possa fare – per te – per aiutarti?”
L’altro ride. Il suono, almeno, sembra quello.
“No.”
“C’è qualcosa che – che io possa tentare?”
Il silenzio è soffocante.
Denso e fosco come qualcosa che Matt riesce appena a ricordare – che risale a molto, molto tempo prima – la materia di cui erano fatti gli incubi, quando aveva dieci anni. La materia di tutte le cose più spaventose del mondo – quelle che vivevano sotto al suo letto.
“Canta.”
Lo fissa. È sempre la stessa persona, ma la materia dell’incubo gli è entrata dentro – Matt la vede – che gli penetra negli occhi, e lo trasforma.
Potrebbe alzarsi. Non lo fa. Vorrebbe schiarirsi la gola, ma le labbra di Dom – ferme, fredde – taglienti – gli impongono il contrario.
“Don’t… kid yourself…”
Non ha bisogno di pensare. Sì, è questo che gli stava chiedendo – è questa la canzone – questo l’inno. La gola gli prude un po’, ma va bene.
“And don't… fool yourself…”
La poltrona è un ostacolo insormontabile – intorno a lui. Ma la sua voce è limpida – un po’ tremante, forse. Dom la può sentire.
“This love's too good to last… and I’m too old to dream…”
La poltrona, che nella penombra sembra di mattoni – ma lui lo sa com’è in realtà – arancione, arancione mandarino.
“Don't… grow up too fast… and don't… embrace the past…”
I mandarini. A Natale, sua madre che sbucciava I mandarini, al tavolo in cucina –
i mandarini hanno il sapore di neve, di finestre appannate tutte da decorare – di uscire in pigiama sul terrazzo, e guardare il cielo freddo, mentre lascia cadere quei brandelli di nuvole tritate…
‘Sono piume,’ aveva detto sua madre, ‘Sono angeli che volano e cambiano le piume, e quelle vecchie le lasciano cadere. Come Dotsy.’
Dotsy era il suo canarino. Era bello e cantava. Quando cantava era così perfetto – sembrava possibile che gli angeli fossero proprio come Dotsy.
Matt avrebbe tanto voluto essere bravo come lui.
“This life's too good to last… and I’m too young to care…”
Dom era il silenzio – le mani sui braccioli erano ferme – i suoi occhi, affogati nel buio della stanza – dardeggiavano piano.
La pausa era lunga – e nella mente di entrambi, la musica scorreva. Senza fretta.
Alza il tono, ora.
“DON’T… KID YOURSELF… AND DON’T… FOOL YOURSELF…”
Aveva steccato. Le ultime note.
Vide le mani sui braccioli contrarsi in un moto di fastidio – avrebbe voluto che la poltrona lo inghiottisse, precipitare nelle sue viscere di neve color mandarino – camminare, poi nuotare nel cubicolo di stoffa arancio scuro nascosto dentro la poltrona, pieno di neve sciolta – fino a sentire l’aria scomparire, la vergogna disgregarsi.
“This life could be the last…”
Gelo, plastificato alle sue mani. E fuoco che gli avvolge la faccia, come un asciugamano bagnato. Pesante.
“… and we're too young to see…”
…
E nella sua mente accadono mille cose – Dom si alza, e tocca le sue labbra – Dom lo stringe – Dom lo prende per mano, lo guida, lo bacia – e fa l’amore con lui – Dom che risalta fra le lenzuola bianche, bianco scuro, in un giardino di neve tagliata e cucita –
Ma la realtà è altro silenzio.
Si appoggia alla poltrona color mandarino, e guarda – Dom che ha abbassato la testa, e forse piange, ma probabilmente no – e gli pare di sentirlo, diffondersi nell’aria, quell’odore di scorze arancio sopra il caminetto –
Nel buio, di un ennesimo blackout.
He lies next to me. He doesn’t try to hold me. And I stare in the mid-light, imagining the waves, as Barbossa drifts back to his sleep.
|